Irap, la più odiata dagli italiani. Identikit di un’imposta contestata

Che cos'è, chi colpisce e perché è considerato il tributo più ingiusto

L‘Irap è un’imposta generalmente poco conosciuta dal grande pubblico ma che di tanto in tanto finisce sotto i riflettori. Che di solito alimentano la sua cattiva reputazione. Quando se ne parla infatti è per chiederne l’abolizione, come ha fatto nei giorni scorsi il premier Berlusconi. Ma perché, tra la scarsa simpatia di cui godono tutte le tasse, questa è la più bersagliata? Due i motivi principali:

– si tratta di un imposta che colpisce non solo gli utili ma anche i costi e le perdite;
non è deducibile dalle imposte sui redditi (il che significa che si paga un imposta su un’altra imposta).

Eppure l’Irap qualche merito ce l’ha: è stata introdotta – 12 anni fa – per semplificare un prelievo molto più frammentario e confuso (ha sostituito 7 tributi, dalla tassa sulla salute all’Ilor e l’Iciap). E soprattutto ha una funzione fondamentale: col suo gettito si finanzia la spesa del sistema sanitario nazionale. Il che fa pensare che, nonostante i proclami, abolirla non sarà facile.

Che cos’è e chi la paga

Irap sta per imposta regionale sulle attività produttive. E’ a carico delle imprese commerciali (sia le grandi società di capitali che le imprese individuali), delle pubbliche amministrazioni e dei lavoratori autonomi. Non la pagano quindi i dipendenti.

Si calcola sul “valore della produzione” di beni e servizi, dal quale però non può essere dedotto il costo del personale.

Quanto incide e quanto rende

L’aliquota base è il 3,9% (fino all’anno scorso era il 4,25%) ma ci sono maggiorazioni per alcuni settori (banche e assicurazioni) e sconti per altri (agricoltura e pesca). Le singole regioni avevano un margine di autonomia nella gestione dell’aliquota ora molto ridotto.

L’Irap ha prodotto nel 2008 un gettito per l’Erario di circa 38 miliardi di euro (2 in meno rispetto all’anno precedente).

I motivi delle polemiche

L’aspetto più contestato dell’Irap sta nel fatto che si applica anche sul costo del lavoro: l’impresa non può detrarlo dalla base imponibile e quindi paga l’imposta anche su questo. Ciò penalizza le aziende con molti dipendenti.

Altro punto spinoso: l’Irap colpisce anche le perdite. Ad esempio se il contribuente svolge un’attività commerciale con un attivo di 200.000 euro ma è anche un produttore agricolo che registra perdite per 30.000 euro, la base imponibile finale sarà comunque di 200.000 euro e non di 170.000.

Infine non è deducibile dall’Irpef e dall’Ires (l’imposta sul reddito delle società) o lo è, in alcuni casi, nel limite del 10%. Cioè il contribuente paga le imposte sui redditi su una base imponibile che comprende l’Irap. Un’imposta sull’imposta.

Gli autonomi sul confine

Il lavoro autonomo è invece la linea di confine dell’Irap. Inizialmente colpiva indistintamente tutte le partite Iva, ma dopo lunghe polemiche e battaglie giudiziarie si è imposto il requisito della “autonoma struttura organizzativa“. In sostanza pagano l’Irap solo i lavoratori autonomi che

– hanno lavoratori dipendenti o collaboratori;
– hanno beni strumentali che vanno oltre il minimo indispensabile per l’attività svolta.

In altre parole, il lavoratore con partita Iva che lavora da solo e senza una struttura (studio o laboratorio) è esonerato dall’imposta. (A.D.M.)

Irap, la più odiata dagli italiani. Identikit di un’imposta con...