Imu per la Chiesa, esenzione solo per le attività non profit. Ma sui distinguo è polemica

Monti indica tre parametri per definire se una scuola svolga un'attività senza scopo di lucro e sia quindi esente dall'Imu. Ma in concreto non sarà facile applicarli

Quello che si dice salvare capra e cavoli. Alla fine Mario Monti è riuscito ad accontentare tutti, maggioranza e opposizione, e anche la diretta interessata, la Chiesa cattolica. Il tema è quello, spinoso, dell’Imu sugli immobili appartenenti alla Chiesa, finora esenti dall’Ici. Nella sua nuova versione 2012, l’imposta municipale verrà applicata agli istituti religiosi solo in presenza di finalità “commerciali”. L’esenzione rimane, dunque, solo per gli edifici adibiti ad attività non profit.

Monti è intervenuto di persona alla discussione sulla norma in Senato (procedura insolita per un capo di governo)  per chiarire esattamente quali sono i criteri per definire un attività “non profit“. Il premier ha usato l’esempio delle scuole gestite dalla Chiesa perché è il punto principale su cui gira la polemica. Una scuola privata che fa pagare rette da migliaia di euro può essere considerata un’attività senza scopo di lucro? Secondo Monti sì se rispetta alcuni precisi requisiti.

I tre parametri di Monti

Il Presidente del consiglio ha indicato tre “parametri” per definire se il servizio offerto da una scuola privata sia considerabile “attività commerciale” o meno e quindi sia soggetta o esentata dall’Imu:

1)  l’attività paritaria: bisogna valutare – dice Monti – “se il servizio effettivamente prestato è assimilabile a quello pubblico, sotto il profilo dei programmi di studio e della rilevanza sociale, dell’accoglienza di alunni con disabilità, dell’applicazione della contrattazione collettiva del personale docente e non docente”.

2)  l’apertura del servizio: il servizio scolastico deve essere “aperto a tutti i cittadini alle stesse condizioni, nonché le modalità di eventuale selezione all’ingresso ovvero successiva esclusione, correlata al rendimento scolastico, siano articolate secondo norme non discriminatorie“.

3)  l’organizzazione dell’ente: qui il premier fa diretto riferimento agli aspetti economici (tra cui i “contributi chiesti alle famiglie”) e sottolinea che l’istituto deve “preservare senza alcun dubbio la finalità non lucrativa ed eventuali avanzi non rappresentino profitto, ma sostegno direttamente correlato ed esclusivamente destinato alla gestione dell’attività didattica”.

Una selezione a maglie larghe

In sostanza per avere la natura di non profit e quindi l’esenzione dall’Imu la scuola deve offrire un servizio come quello pubblico, non selezionare gli alunni sulla base di criteri economici, sociali o ideologici, applicare dei contratti di lavoro regolari e reinvestire i proventi nell’attività stessa.

A rigore solo il terzo parametro denota davvero la natura “non profit” dell’attività, che non significa “non economica” (le scuole hanno ricavi e costi) ma “senza scopo di lucro”, cioè non finalizzate alla distribuzione di utili. I primi due parametri riguardano invece la funzione sociale che le scuole private dovrebbero avere per avere diritto all’agevolazione fiscale.

Ma nella pratica i tre parametri coesistono sempre? Una scuola che non fa utili ma nemmeno contratti regolari agli insegnanti ha diritto all’esenzione? E una scuola che chiede rette da 500 euro al mese si può dire che non faccia discriminazioni all’accesso? (senza dire che forse è proprio questo tipo di selezione quella che i suoi utenti vogliono).

Insomma il dubbio è: se si applicano i parametri alla lettera, l’esenzione non spetterebbe quasi a nessun istituto. Se invece i  criteri diventano troppo ampi e flessibili, tutti finiscono sotto l’ombrello dell’agevolazione. Proprio come prima. (A.D.M.)

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