Dall’Imu alla Service Tax, il Vaticano continua a non pagare

L'esecutivo Monti rinunciò ad esigere l'Ici del periodo 2006-2011. E la service Tax...

Ciò che per lungo tempo si è sospettato trova ora le prime conferme: il governo presieduto da Mario Monti, rinunciando di fatto ad esigere il pagamento dell’Ici da parte della Chiesa cattolica dietro la giustificazione di una non meglio specificata "impossibilità a calcolare il dovuto", ha sostanzialmente regalato al Vaticano (e soprattutto sottratto alle casse dello Stato italiano) non meno di 4 miliardi di euro. Ma anche ora, con la prossima introduzione della Service Tax, la situazione non sembra differente: la Chiesa continua a godere di vantaggi ed esenzioni.
 
L’INCHIESTA DELL’UNIONE EUROPEA – Per quanto concerne il "regalo" di Monti, tutto ha inizio nel 2010 quando la Commissione Europea avvia un’inchiesta sull’esenzione dall’Ici per gli immobili non di culto, considerato un aiuto di Stato da parte dell’Italia nei confronti del Vaticano e che porterebbe a pesanti sanzioni per Belpaese. Un anno dopo il governo dei tecnici si rifugia dietro l’impossibilità di calcolare quanto dovuto fra il 2006 e il 2011: non essendo facile il calcolo del quanto dovuto in passato, la tassa semplicemente viene ignorata.
 
MANCATO GETTITO – "Stime Anci valutavano gli introiti Ici su quegli immobili, riferibili ad enti non profit e per lo più alla Chiesa, pari a 600- 800 milioni l’anno – scrive in un’inchiesta di Repubblica Valentina Conte -. Moltiplicati per sei annualità, fanno una cifra astronomica, attorno ai 4 miliardi. Una manna dal cielo, se confrontata con la caccia affannosa alle risorse di queste ore per evitare il rincaro Iva (serve un miliardo). O per cancellare la rata di Natale dell’Imu (2,3 miliardi). O ancora quanto basta (circa 1,6 miliardi) per riportare nei ranghi il rapporto tra deficit e Pil (leggermente tracimato al 3,1%), non ripiombare nella procedura di infrazione europea e sbloccare altri soldi (12 miliardi) da usare l’anno prossimo per fare investimenti e occupazione”. A dimostrazione che non c’è alcuna prova che non fosse possibile calcolare quanto dovuto in passato.
 
DALL’ICI ALL’IMU – E se la vecchia Ici è stata bellamente ignorata per non meno di 4 miliardi di euro, anche per la nuova Imu i governi tecnici e politici hanno trovato il modo di mantenere al sicuro la posizione ecclesiastica. Nel 2012 e nel 2013, vista la confusione in proposito, il pagamento dell’Imu ha coinvolto solo chi già pagava l’Ici, e nel frattempo non sono mancati i blitz parlamentari per ridefinire gli enti e le attività "non commerciali" legate al Vaticano, cui sono risultate sufficienti piccole modifiche negli statuti di scuole, alberghi e cliniche private. Specie dopo che il Consiglio di Stato aveva bocciato la pretesa del Tesoro di ottenere dalla Chiesa il pagamento dell’Imu anche sugli immobili non commerciali.
 
SERVICE TAX, LA MUSICA NON CAMBIA – "C’è tutto il tema dei locali legati alle attività non profit del Terzo settore, che sono stati pesantemente penalizzati dall’Imu. Nella Service tax vogliamo completamente alleggerirla, perché crediamo che questo passo sia importante". Con queste parole il Premier Enrico letta ha presentato la futura Service Tax in conferenza stampa, lasciando presagire che anche in questa fase l’Italia si guarderà bene dal chiedere soldi Oltretevere.
 
QUANTO CI COSTA? – Risulta pressochè impossibile quantificare con precisione il patrimonio immobiliare della Chiesa in Italia. Una parte è di proprietà vaticana – in particolare dell’Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica) e di Propaganda Fide (ovvero la Congregazione vaticana per l’Evangelizzazione dei Popoli) -, quindi formalmente di uno Stato estero per cui i dati sono inaccessibili; il resto è disperso in una miriade di enti ecclesiastici (diocesi e arcidiocesi, istituti per il sostentamento del clero, istituti religiosi, capitoli, parrocchie, confraternite, pie società ecc). Una stima esatta quindi è irrealizzabile. La valutazione più attendibile resta quella operata dal Gruppo Re, una società specializzata nella consulenza e nei servizi immobiliari, finanziari e gestionali agli organismi ecclesiastici: la Chiesa italiana sarebbe padrona del 20% del patrimonio immobiliare italiano. A parte le chiese e gli edifici di culto, si tratta di decine di migliaia di istituti religiosi, conventi, collegi, seminari, canoniche – spesso dismessi e convertiti ad altro uso, da alberghi a case di accoglienza – ma anche palazzi e appartamenti, spesso in zone di pregio, terreni e campi accumulati in 2000 anni di storia o acquisiti recentemente sotto forma di donazioni e lasciti. Tutti questi immobili di proprietà ecclesiastica (ma anche di altri enti catalogati come "senza fini di lucro") destinati "allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive" sono esenti dal pagamento delle tasse, prima Ici e ora Imu. L’Associazione nazionale dei Comuni italiani calcola che le mancate entrate dovute all’esenzione ammonterebbero ad una cifra fra i 400 e i 700 milioni di euro annui.

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