Dalla Ue una tassa sulle banche per pagare i costi della crisi

Una proposta "rivoluzionaria" approvata dai leader europei: tassare le banche, principali responsabili della crisi. E dopo si passa alle borse. Ma la Confindustria italiana dice no

“Chi ha provocato la crisi venga alla cassa”. Una dichiarazione che ha del minaccioso. Tradotto in pratica, significa una cosa ben precisa: tassare le banche e le rendite finanziarie. A pronunciarla non è un militante anti-capitalista ma la moderatissima cancelliera tedesca Angela Merkel, a capo della principale economia europea. La Merkel ha siglato così l’intesa raggiunta tra i 27 leader europei, che avrebbero anche preso l’impegno a promuovere l’idea di una tassa sulle transazioni finanziarie nel corso della prossima riunione del G20 a Toronto, come chiesto da Francia e Germania. E proprio la cancelliera tedesca ha ribadito che se il G20 non dovesse appoggiarla, la Ue andrà avanti da sola e la tassa potrebbe entrare in vigore nel 2012.

Una dichiarazione che fino a poco tempo fa sarebbe stata impensabile. E per alcuni lo è ancora adesso. In Italia non sono tardate, ad esempio, le reazioni di Confindustria. La presidente Emma Marcegaglia ha affermato di non essere d’accordo, temendo che i costi si riverseranno sulle imprese: “è come dire che ci sarà un’altra crisi e che prepariamo già i soldi per poterla pagare”.

Le banche paghino e raccolgano i cocci

Ma il pensiero che c’è dietro questa proposta non fa una grinza: il sistema bancario, con le sue operazioni disinvolte e “creative”, è stato il principale responsabile della crisi. Ma quando le cose si mettono male, c’è sempre la vecchia economia “reale” a cui chiedere aiuto per non affondare, e così si finisce per tagliare la spesa (quando non si aumentano le tasse sul lavoro e i consumi). Sarebbe ora che la finanza cominciasse a riparare i propri danni da sola.

Si prospetta dunque un “prelievo” sugli istituti finanziari perché anche loro che contribuiscano al costo della crisi. A questo dovrebbe seguire una tassa sulle transazioni finanziarie, un tipo di tributo da sempre considerato “ad alta efficienza” perché con un’aliquota minima (nell’ordine di qualche decimo di punto percentuale) produrrebbe un alto gettito, considerati gli enormi volumi di denaro scambiati ogni giorno sulle piazze finanziarie di tutto il mondo.

Meno profitti e meno rischi

Data la globalizzazione dei mercati finanziari è evidente che per entrambi i prelievi è necessario un accordo allargato tra gli Stati. Serve una linea europea “più unita possibile”, ha affermato la Merkel. Per ora le obiezioni principali sono arrivate dal premier britannico David Cameron che “non sosterrà mai un trasferimento di poteri da Londra a Bruxelles”, ribadendo l’intenzione di restare fuori dalla moneta unica.

A parte le posizioni isolate, l’obiettivo condiviso dai leader europei è quello di rendere le banche più stabili, forse meno redditizie ma anche meno esposte ai rischi. Una sorta di rivoluzione “etica”. Peccato che per arrivarci sia stata necessaria una crisi epocale. (A.D.M.)

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