Costi della politica, come funziona il sistema salva-stipendi dei parlamentari

Due emendamenti inseriti nella manovra all'ultimo minuto hanno salvato le indennità di deputati e senatori dal dimezzamento. Ecco come

Molto si può dire sulla manovra economica appena approvata dal governo. Sicuramente la situazione allarmante dei conti pubblici giustifica un intervento pesante e sacrifici per tutti. Per tutti, appunto. Ma se in mezzo ai tagli generalizzati, che colpiscono soprattutto le fasce sociali più deboli, gli unici a salvarsi sono i politici, è normale che esploda la rabbia.

Non sarà certo un taglio, anche radicale, degli stipendi dei parlamentari a salvare il bilancio dello Stato. Per quanto consistente, il volume complessivo delle retribuzioni di deputati e senatori è nell’ordine delle centinaia di milioni di euro, ben poca roba rispetto ai 70 miliardi previsti dalla manovra. Tuttavia la politica è fatta di simboli e chi chiede lacrime e sangue è obbligato a dare il buon esempio. E invece ecco come sono andate le cose.

Dal dimezzamento delle indennità…

Nella prima versione della manovra si prevedeva che le indennità dei parlamentari italiani fossero equiparate (a partire dalla prossima legislatura) a quelle dei loro colleghi dei 17 paesi dell’area euro. A conti fatti, si andava dai 12mila euro mensili dell’attuale trattamento retributivo di base (al netto delle varie voci accessorie) ai 5.339 euro della media europea (secondo i calcoli del Sole 24 Ore). Un taglio di oltre il 50%.

… alla norma salva-stipendi

Ma all’ultimo minuto, nella discussione finale in commissione, la norma è stata stravolta da un paio di colpi di mano, due emendamenti salva-stipendi:

  Il primo emendamento (Picchetto) modifica il gruppo dei paesi di riferimento: non più i 17 paesi euro, ma solo i 6 principali paesi Ue cioè, se il criterio è il Pil, Germania, Francia, Spagna, Olanda, Belgio e Austria. Ai nostri parlamentari, cioè, non piace tanto confrontarsi con gli stipendi dei colleghi greci o portoghesi.

  Il secondo emendamento (Fleres-Ferrara) aggiunge che l’adeguamento andrà fatto sulla media “ponderata, rispetto al Pil” di quei paesi. Un codicillo che non è molto chiaro ma potrebbe fare una certa differenza: se lo stipendio del deputato tedesco va commisurato alla crescita economica del suo paese (che viaggia sul 3,7% annuo contro l’1,1% italiano), ciò può significare che il suo reddito, nel calcolare la media, va moltiplicato per 3.

Qualunque sarà l’interpretazione da dare ai due emendamenti è piuttosto evidente – ha fatto notare qualcuno all’interno della stessa commissione parlamentare – che con questo sistema la riduzione, se ci sarà, sarà lievissima. E come sostiene Tito Boeri su Lavoce.info, “l’impressione è che il governo abbia pensato a rendere la manovra digeribile dai deputati della maggioranza anziché accettabile dagli italiani e comprensibile agli investitori”. (A.D.M.)

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