Luce a Oriente

L'economia cinese dà segnali di ripresa. Bisogna crederci?


Allora si riprende o no? La domanda rimbalza da Oriente a (soprattutto) Occidente, dove analisti e politici con residenza nei Paesi in crisi osservano da spettatori interessati le vicissitudini economiche della Cina: il Dragone riuscirà a traghettare anche noi fuori dalla bufera?

Da Oltre Muraglia arrivano segnali contraddittori, che i più leggono però con un certo ottimismo. Nel primo trimestre del 2009, il Pil cinese è cresciuto “solo” del 6,1% (le virgolette sono d’obbligo dato che tutte le economie occidentali hanno registrato segno negativo), cioè il dato peggiore dal 1992. Nel primo trimestre del 2008 la crescita era stata del 10,6% e a metà 2007 si viaggiava su percentuali più che doppie.

Dove sta la buona notizia? Nel fatto che ci sono segnali di ripresa. Nel solo marzo, la produzione industriale è infatti cresciuta dell’8,3%, rispetto alla media del 3,8 registrata nei precedenti due mesi. Insomma, il pacchetto di stimoli varato dal governo cinese (585 miliardi di dollari) sembra dare i primi risultati.

Quello che appare evidente è che la futura crescita cinese non sarà più trainata dall’export (ma ci sono dubbi che lo sia mai stata, vedi analisi dell’Economist), bensì dagli investimenti interni e dall’espansione del mercato domestico.

Il punto è che le autorità cinesi, oltre a foraggiare direttamente l’economia in affanno, hanno il potere di “imporre” alle banche l’ampliamento del prestito. Dei famosi 585 miliardi della manovra anticrisi, Solo il 30% arriva dal governo: il resto è prestito bancario, che è cresciuto del 30% nel giro di un anno.

Una convergenza di intenti e una potenza di fuoco, tra governo e banche, che nessuna altra economia può vantare.
Quei soldi finiscono soprattutto in investimenti per infrastrutture e costruzioni, i settori che, impiegando la percentuale più alta di forza lavoro cinese, danno una forte spinta a tutti i consumi.

Dunque, si tradurrà tutto in una colata di cemento?
Non dobbiamo confondere la Cina con l’Italia. Secondo l’Economist, tali investimenti “comprenderanno inevitabilmente qualche cattedrale nel deserto, ma in un Paese povero il ritorno degli investimenti infrastrutturali è generalmente alto. Non c’è bisogno di costruire ‘ponti per il nulla’ quando due quinti dei villaggi non hanno strade asfaltate che li collegano al più vicino centro industriale e commerciale”.

In definitiva, se costruzioni e infrastrutture continuano a crescere, la Cina può raggiungere l’agognato 8% identificato come tasso di crescita accettabile per offrire lavoro e benessere a fasce sempre più ampie della popolazione.

E’ tutto oro quello che luccica? Non necessariamente. La crescita basata sul finanziamento pubblico di costruzioni e infrastrutture di solito ha le gambe corte. Offre una prima spinta, poi se non si innescano altri circoli virtuosi rischia di implodere. Insomma, non si può costruire all’infinito, bisogna stimolare ulteriormente i consumi individuali.

Alcuni segnali sono incoraggianti e donano speranza anche agli investitori stranieri. Oltre alla produzione industriale, sia gli investimenti in beni fissi sia le vendite al dettaglio sono cresciuti nei primi due mesi dell’anno, segno che il calo dei prezzi al consumo è dovuto più alla discesa dei prezzi alimentari e delle materie prime che a una contrazione della domanda interna. I cinesi restano ottimisti.

Tuttavia per stimolare i consumi sul lungo periodo, è necessario riformare il sistema sanitario e la previdenza sociale. Solo così si può garantire quel welfare diffuso che invoglierebbe i cinesi a risparmiare di meno – cioè mettere meno fieno in cascina per la vecchiaia e la malattia – e consumare di più.
Ma non è cosa immediata.

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