Dragone a tinte fosche – Nel 2008 il Pil cinese è cresciuto solo del 9%, sotto la media degli ultimi 30 anni

Nel 2008 il Pil cinese è cresciuto solo del 9%, sotto la media degli ultimi 30 anni


La crescita più bassa dal 2001, la prima non a doppia cifra dal 2003: il Pil cinese ha fatto registrare “solo” un +9% nel 2008, che diventa addirittura uno “scandaloso” +6.8% nell’ultimo quarto dell’anno.

A noi europei sembra follia, dato che la nostra crescita dell’anno scorso si è attestata tra l’1,0 e l’1,8% e che le previsioni per il 2009 parlano addirittura di un -1,8. Ma i numeri cinesi non si leggono come i nostri.

Dalla continuità del boom economico dipende infatti la stabilità politica del gigante d’Oriente.
Dal 2000, ogni anno un esercito di 10 milioni di lavoratori entra in un mercato che ha dovuto riassorbire anche 5 milioni di esuberi delle industrie di stato dismesse o ristrutturate. Ci sono poi centinaia di milioni di migranti che arrivano dalle campagne e cercano lavoro nelle metropoli, facendo affidamento sul boom immobiliare.

Senza crescita sostenuta e trasformazioni strutturali che creano impiego, questa forza lavoro non viene assorbita. Per esempio, nel 2003 una crescita del 9,1% creò 8 milioni di nuovi posti di lavoro, che furono però insufficienti per colmare il vuoto lasciato dalla dismissione di molte attività tradizionali, soprattutto in agricoltura.

Secondo Nouriel Roubini, “in un Paese con la crescita potenziale della Cina, un rallentamento dell’economia al 5-6% significherebbe un brusco ritorno alla realtà, perché c’è bisogno di un tasso del 9-10% per assorbire 24 milioni di nuovi lavoratori ogni anno”.

Disoccupazione fa rima con disordini sociali e nei palazzi di Pechino lo sanno benissimo. La stessa generazione di piazza Tiananmen, quella degli studenti che chiedevano democrazia, ha successivamente abbandonato gli ideali politici in cambio di crescita economica. Ma al benessere – o alla promessa di esso – nessuno rinuncia.

Ora gli economisti cinesi calcolano che nel 2009 la crescita si attesterà sull’8%, trainata dalla domanda interna e dall’urbanizzazione accelerata, fenomeni che dovrebbero mettere la Cina – finora sostanzialmente export-oriented – al riparo dalla recessione mondiale. Secondo loro, si tratterebbe di un tasso di crescita sufficiente per offrire abbastanza occupazione, ma sotto quella soglia si rischia.

Il pacchetto di stimoli messo a punto dal governo rischia di diventare un boomerang, perché incentiva soprattutto il credito che foraggia le costruzioni. La crisi però ha a che fare con una produzione eccessiva rispetto alla domanda. Se continui a costruire ma i prezzi immobiliari non si abbassano e nessuno compra appartamenti, l’economia non riparte.

A questo punto, il governo potrebbe scegliere di puntare di nuovo sull’export aggressivo, facendosi tentare dalla svalutazione dello yuan. Il che significherebbe guai per le aziende occidentali e una probabile reazione a catena sotto forma di tariffe doganali che deprimerebbe tutto il mercato mondiale. E’ la stessa cosa che successe negli anni Trenta, all’epoca della Grande Depressione.

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