Aumentare l’Iva ed espandere l’economia? Il Giappone sa come si fa

Tagli alle imposte dirette e investimenti pubblici. La cosiddetta Abenomics continua a cambiare il volto del Sol Levante

Anche il Giappone alza l’Iva, ma la differenza con l’Eurozona e l’Italia in particolare è decisamente tangibile. Senza i vincoli monetari (il Giappone stampa moneta e lo ha fatto in dosi massicce negli ultimi mesi) e con un debito pubblico addirittura superiore al nostro (ma comunque quasi totalmente in mani nipponiche e non di banche straniere), il Sol Levante può permettersi di espandere comunque la propria economia tagliando su imposte dirette e aumentando gli investimenti pubblici.
 
DAL 5 AL 10% – L’Iva nipponica sale dal 5% all’8% a partire dal 1° gennaio 2014, per aumentare poi ulteriormente al 10% dall’ottobre 2015. Il via libera definitivo è stato dato dopo la pubblicazione dell’ultimo rapporto ‘Tankan’ della Bank of Japan, che certifica come, nel terzo trimestre, l’indice di fiducia delle grandi imprese manifatturiere e non sia salito di ben 12 punti. Dunque l’aumento dell’imposta è fatto sulle aspettative di una sensibile ripresa. E questa rappresenta una sensibile e decisiva differenza rispetto all’italia. Per il 2014, il Pil è previsto debolmente in crescita a fronte però dell’aggravarsi della situazione occupazionale che è già arrivata ai livelli del ’77. Inoltre l’Iva in Giappone è più bassa – il 5% – un valore rimasto invariato dal 1997, anno d’inizio della lunga stagnazione economica.
 
LA ‘ABENOMICS’ – L’innalzamento all’8% e più avanti al 10% è stata causa di forti timori di possibili impatti negativi sull’economia e sui consumi, e proprio per questo il premier nipponico Shinzo Abe, dalla cui prospettiva economica è tratto il neologismo ‘Abenomics’, ha voluto attendere la conferma dello stato espansivo dell’economia prima di procedere all’aumento. L’innalzamanto dell’Iva sarà comunque accompagnato da altri interventi fiscali di carattere prettamente espansivo all’interno di un pacchetto di 5.000 miliardi di yen (circa 38 miliardi di euro). Per spingere gli investimenti privati, si punterà sul collaterale abbassamento delle imposte sugli utili delle imprese.
 
FRONTE MONETARIO – Buone notizie anche in ambito monetario, nella misura in cui i tassi d’interesse reali sono scesi sotto lo zero come da obiettivo di Abe, che punta ora ad arginare la deflazione con una massiccia iniezione di liquidità. Al fine da far salire i prezzi, in discesa da quasi vent’anni, l’obiettivo è quello di spostare la liquidità verso il comparto azionario e i consumi. In questo modo, la ricerca di migliori rendimenti dovrebbe spingere gli investitori a scommettere su capitali esteri, innescando il deprezzamento dello yen e la conseguente risalita dell’export.
 
IL CONFRONTO CON L’ITALIA – Si capisce bene che il confronto con la situazione italiana è ingeneroso. Nel Belpaese si innalza l’Iva al 22% per recuperare risorse. Nello stesso tempo i margini per abbassare la pressione fiscale sul lavoro e sulle imprese sono risicati. La riduzione del cuneo – continuamente promessa dal governo – difficilmente potrà attingere dal gettito Iva, che rischia di essere minore rispetto alle previsioni a causa della inevitabile riduzione dei consumi. La strada maestra sarà quella di una spending review, ovvero un taglio della spesa pubblica che – va ricordato – dal governo Monti in poi, non solo non è diminuita, ma è pure cresciuta. L’Italia fra i paesi industrializzati è l’unico che, a fronte di politiche di austerità, non espansive, ha subito sia effetti recessivi, sia una aumento del debito dello Stato. Un ginepraio tutt’altro difficile da sbrogliare. Ma da districare. Il prossimo anno con l’entrata in vigore del fiscal compact, i vincoli di bilancio saranno ancora più rigorosi e, in assenza di una crescita, la situazione contabile italiana potrebbe portare diritti alla riapertura di una nuova procedura d’infrazione e alla non improbabile richiesta d’aiuto all’Unione europea.
Governo o non governo, la cruna dell’ago da dove deve passare il paese e il suo sistema economico è stretta. A tal punto da far pensare che la politica dell’austerity – così cara all’Europa – sia la classica medicina che ammazza il malato. Ma che questa è un’altra storia.

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