3 giugno 2017: da oggi smettiamo di lavorare per pagare le tasse

Dopo 153 giorni di lavoro, da domani, 3 giugno 2017, non lavoriamo più per pagare le tasse. Nel 2016 era andata peggio, ma rispetto agli anni '80 non c'è paragone.

Domani è il 3 giugno 2017 e sarà il primo giorno in cui smetteremo, finalmente, di lavorare. Per pagare le tasse, ovvio. La specifica può spegnere gli entusiasmi rispetto a ferie totali fino a fine anno, ma in effetti una buona notizia c’è e non è di poco conto. Sono passati 153 giorni dall’inizio dell’anno, il periodo necessario, per il 2017, per assolvere a tutti i nostri doveri da “pubblico pagante”.

Nel giorno della Festa della Repubblica Italiana, che ci ricorda che il nostro Stato è basato sul diritto al lavoro, il Def dichiara che da domani non si lavora più per le tasse. Scatta la “liberazione fiscale“, come affermato dalla Cgia di Mestre. Che cosa significa esattamente? Intanto che rispetto all’anno precedente il carico fiscale si è abbassato. Di appena due giorni, è vero, ma nel 2016 era di 155. Un piccolissimo passo avanti che forse cambia poco o nulla, ma comunque da registrare.

Se guardiamo un po’ più indietro nel tempo, però, ci rendiamo conto che le cose andavano decisamente meglio rispetto alla situazione odierna. Nel 1980, per esempio, i giorni di lavoro effettivamente necessari per assolvere ai doveri fiscali erano soltanto 117, ben 38 giorni in meno rispetto al 2017. Come fa notare Paolo Zabeo, coordinatore Cgia, allo stato attuale a un lavoratore italiano occorrono ben cinque mesi su dodici all’anno per pagare i contributi. Per un totale di? Il Def dichiara che il gettito complessivo delle imposte di quest’anno è di 723,6 miliardi di euro. La voce che più pesa sulle tasche italiane sono le imposte dirette come l’Irpef, che ammontano a 249 miliardi. Medaglia d’argento per Iva e accise, per un totale di circa 247 miliardi. Il bronzo lo vincono i contributi sociali, 224,5 e chiudono la classifica le tasse in conto capitale, con una cifra che appare piccola rispetto alle altre, 2,9 miliardi, ma che comunque gli italiani non pagano a cuor leggero.

“Al netto del peso dell’economia sommersa” specifica ancora Zabeo “sui contribuenti grava ancora una pressione fiscale che sfiora il 50%, un carico che in Europa non ha eguali”. Se diamo uno sguardo ai dati degli anni precedenti, scopriamo che la media europea per la pressione dei contributi si attestava intorno al 39%, con paesi virtuosissimi come Germania, Spagna e Inghilterra. In Irlanda, dati del 2016, la percentuale era praticamente la metà di quella italiana odierna, ovvero del 24,4%, a cui si avvicinano percentuali tra il 28 e il 29% per paesi dell’Est, come Romania e Bulgaria.

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