Licenziare ai tempi della crisi. Jobs act: cosa rimane dell’articolo 18

Il punto sulla disciplina dei licenziamenti nei suoi passaggi chiave

L’articolo 18 continua a essere un terreno di scontro. Il punto sulla disciplina dei licenziamenti nei suoi passaggi chiave

COME FUNZIONA LA DISCIPLINA DEI LICENZIAMENTI

Vediamo in dettaglio le regole per i tre tipi di licenziamenti (disciplinari, economici e discriminatori) prima e dopo la riforma Fornero-Monti. Le regole si applicano ai licenziamenti individuali, nelle aziende dove è in vigore lo Statuto dei Lavoratori, ovvero quelle con più di 15 dipendenti.

 PRIMA   2012 RIFORMA MONTI-FORNERO
 LICENZIAMENTI DISCIPLINARI
 Il licenziamento doveva avvenire:
per giusta causa, cioè condotte di particolare gravità che pregiudicano definitivamente il rapporto di fiducia tra azienda e lavoratore (es. il rifiuto di lavorare, l’insubordinazione, il furto in azienda ecc.);
per giustificato motivo soggettivo, cioè condotte meno gravi ma che rendono difficile la prosecuzione del rapporto di lavoro (es. violazioni disciplinari).
Quando il giudice riteneva che questi requisiti non sussistessero dichiarava l’ILLEGITTIMITA’ del licenziamento e ordinava il REINTEGRO del dipendente nel suo posto di lavoro.
 I requisiti del licenziamento disciplinare restano sostanzialmente gli stessi. Ma se tali requisiti mancano – e dunque il licenziamento è ILLEGITTIMO – invece che reintegrare il dipendente, il datore di lavoro è obbligato a un RISARCIMENTO economico pari alla retribuzione da 15 a 24 mesi.
Se si accerta che il dipendente non ha commesso il fatto che ha dato origine al licenziamento, il giudice PUO’ DISPORRE IL REINTEGRO e un’indennità pari alla retribuzione dovuta dal momento del licenziamento.
 LICENZIAMENTI PER MOTIVI ECONOMICI
 Il licenziamento doveva avere un giustificato motivo oggettivo, cioè non dipendente dalla condotta del lavoratore ma da “ragioni inerenti all’attività produttiva” (es. chiusura dell’attività, automazione della produzione, outsourcing ecc.).
Anche in questo caso l’insussistenza del requisito valido faceva scattare il REINTEGRO.
 Come per i licenziamenti disciplinari, se il giudice stabilisce l’inesistenza dei presupposti obbliga il datore di lavoro a un RISARCIMENTO da 15 a 24 mensilità.
Il REINTEGRO è previsto solo in caso di MANIFESTA INSUSSISTENZA del fatto che ha determinato il licenziamento (in pratica quando viene camuffato con ragioni economiche un licenziamento di altra natura).
 LICENZIAMENTI DISCRIMINATORI
E’ il licenziamento a causa dell’attività sindacale la partecipazione a uno sciopero, oppure dovute a motivi politici, religiosi, razziali o di sesso.
L’art. 18 condannava il datore di lavoro (qualunque sia il numero di dipendenti) alla RIASSUNZIONE del dipendente, al risarcimento di un minimo di 5 mensilità e al versamento dei contributi arretrati.
La riforma non modifica la disciplina.
Il dipendente ha in più la facoltà di richiedere invece del reintegro un risarcimento a 15 mensilità.

Ed ecco le modifiche apportate all’articolo 18 dopo la riforma del Lavoro voluta da Matteo Renzi con l’approvazione del Jobs act.

2014 RIFORMA RENZI
 LICENZIAMENTI DISCIPLINARI
Il REINTEGRO nel posto di lavoro sarà mantenuto solo per alcuni licenziamenti disciplinari giudicati INGIUSTIFICATI dalla magistratura (deve cioè essere dimostrata “l’insussistenza del fatto materiale contestato”). Un’ulteriore differenza rispetto alla formula attuale è che oggi non sempre è un giudice a stabilire se l’accusa è fondata o meno, e se la sanzione è proporzionata. Nel nuovo sistema la decisione viene affidata a un giudice, anche se l’obiettivo del governo resta quello di ridurre il più possibile la discrezionalità del giudice.
 LICENZIAMENTI PER MOTIVI ECONOMICI
E’ decaduto l’obbligo di REINTEGRO per il licenziamento per motivi economici (crisi, ristrutturazione aziendale, calo dei ricavi), ipotesi già largamente minata dalla riforma Fornero che la prevede solo per i RARI casi di “manifesta insussistenza” del motivo economico (bilanci floridi, lavoratore licenziato e poco dopo sostituito con un altro, per mascherare un licenziamento dovuto ad altre ragioni). Anche in questi rari casi scatta un indennizzo monetario, che va da un minimo di 4 a un massimo di 24 mensilità.
 LICENZIAMENTI DISCRIMINATORI
Per questa tipologia di licenziamenti, nulla è cambiato. Se il licenziamento è riconosciuto come discriminatorio (dovuto a orientamenti sessuali, religione, opinioni politiche, attività sindacale, motivi razziali o linguistici, handicap, gravidanza, malattia) il giudice dichiara nullo il licenziamento e impone di reintegrare il lavoratore, con formula piena, e di corrispondere il pagamento degli stipendi persi dalla data di illegittima estromissione dal posto di lavoro. Al di là dell’articolo 18, questo licenziamento è incostituzionale.

 

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