“I soldi per il sussidio non ci sono”. Tutti i dubbi sul Jobs Act

Introdurre il sussidio ai disoccupati per 'bilanciare' l'addio all'articolo 18 non è così semplice

Il dado è tratto: con la sponda del monito di Montecitorio (“La politica rinunci ai conservatorismi, sul lavoro serve coraggio”) il governo Renzi è pronto ad andare fino in fondo sulla cancellazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori nell’ambito della riforma del mercato del lavoro detto Jobs Act. Ma sulla strada della riforma rischiano di porsi ostacoli maggiori di quella che al momento è l’opposizione della sinistra Pd e di parte dei sindacati (la CGIL): l’idea di introdurre un sussidio da 1.000 euro al mese per chi perde il lavoro, infatti, rischia di non disporre delle necessarie coperture economiche.

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LA SCOMMESSA SULLE TUTELE CRESCENTI – Il perno della riforma, insieme alla cancellazione dell’articolo 18 per i neo assunti e l’eventuale sussidio ai disoccupati, è il contratto a tutele crescenti. La contesa e criticata abolizione dell’articolo 18, cioè del diritto al reintegro nel posto di lavoro per i licenziati senza giusta causa, è solo uno dei tasselli della riforma. Tuttavia il passaggio diviene fondamentale per rendere appetibile alle aziende il nuovo contratto di lavoro “a tutele crescenti”, rilanciato qualche giorno fa con l’emendamento governo-maggioranza. In caso di ritardo delle Camere, il governo ci arriverà con un decreto legge.

SUSSIDIO E COPERTURE – Ma il vero nodo al momento è rappresentato dal sussidio mensile da 1.000 euro per chi resta senza lavoro. E’ la carta che il Premier ha deciso di giocarsi per mettere nell’angolo i contestatori ‘da sinistra’, un’arma che rischia però di rivelarsi spuntata. A confermare il sospetto, mentre il dibattito si fa sempre più infuocato, è stato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio. A riferirlo è Libero, secondo il quale venerdì 19 l’ex sindaco di Reggio Emilia, incalzato da Guido Crosetto avrebbe ammesso candidamente che i soldi per offrire una copertura universale per i senza lavoro non ci sono. “Lo so bene. Infatti non abbiamo presentato relazione tecnica per finanziarla. Decideremo di volta in volta coi decreti legislativi“, ha detto. E a Crosetto che gli obiettava come questa strategia oggi non sia più praticabile a causa dell’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio, ha replicato che: “Non abbiamo altra strada”. Ma così, conclude Libero, il Jobs Act rischia di essere bloccato per incostituzionalità.

LA DISOCCUPAZIONE REALE – Anche perchè i dati ufficiali sulla disoccupazione italiana disegnano uno scenario meno grave di quanto non siano in realtà: non sono ad esempio calcolati i cassintegrati, in quanto formalmente ancora occupati. Mentre il grosso dei senza lavoro, non avendo diritto ad alcun sussidio al contrario di quanto avviene in altri Paesi Ue, spesso non si iscrive neanche nelle liste degli uffici di collocamento. “La popolazione attiva in Italia è pari o persino minore rispetto a Paesi con tassi di disoccupazione doppia o più. Il sistema produce più esclusi di quanto non raccontino i numeri ufficiali”, sottolinea un approfondamento in merito de La Repubblica dopo aver incrociato i dati Istat con quelli Ocse sulla popolazione attiva in proporzione al totale dei residenti.

Difficile, dunque, fare un calcolo realistico di quanto verrebbe a costare la mossa al governo Renzi. All’epoca del governo Monti, l’allora ministro Elsa Fornero stimava in una trentina di miliardi di euro. E a poco varrebbe la compensazione con la cifra risparmiata grazie alla cancellazione degli attuali ammortizzatori sociali (Cassa integrazione su tutti) che costano allo Stato una dozzina di miliardi l’anno. Il rischio semmai è che si crei una nuova categoria di esclusi sulla falsariga degli esodati dalla riforma Fornero. Esodati che, in questo caso, rischierebbero di restare senza lavoro, senza cig e senza disoccupazione. E, di conseguenza, appesi a decreti di copertura da emanare di volta in volta.

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