Verso l’orto marziano

(ASI) –

Colonizzare Marte? Si può fare, con la giusta… coltura. Il progetto di esplorare il “vicino” pianeta rosso, sogno di generazioni di scienziati e astrofili, da futuribile diviene sempre più realizzabile grazie all’impegno dei ricercatori e naturalmente agli investimenti stanziati dai governi. Nello scorso mese di marzo, il Congresso americano ha “staccato un assegno” sostanzioso – parliamo di 19 miliardi e mezzo di dollari per il 2017 – alla NASA, accordandole il via libera per approfondire la conoscenza del cosmo e, tra le altre cose, studiare la strada verso Marte.E se le Agenzie internazionali e i privati si attrezzano per tornare sulla Luna e per spedire il primo selfie (umano, perché i rover hanno già provveduto) dal mondo rosso, l’attenzione si concentra sul come garantire la sopravvivenza agli equipaggi del futuro.L’agricoltura spaziale è pertanto alla base di ogni progetto che contempli la permanenza umana prolungata in un ambiente ostile alla vita: gli esperti sono da tempo al lavoro per far crescere piante in grado proliferare in un habitat estremo – lo spazio, un nuovo mondo o climi terrestri inadatti – e fornire ossigeno, cibo e facilitare i processi di riciclo dell’acqua e dell’anidride carbonica. In poche parole, consentire il protrarsi dell’esistenza degli astronauti.Un recente articolo firmato da Raymond M. Wheeler e pubblicato sulla rivista Open Agricolture, fornisce un esaustivo quadro storico sui contribuiti internazionali spesi in favore della messa a punto di sistemi bio-rigenerativi (o più correttamente, auto-rigenerativi). Lo studio propone un salto indietro nel tempo per analizzare gli sforzi compiuti dalla comunità scientifica per sviluppare tecniche di coltura destinate ad essere esportate nello spazio ma che hanno riscontro anche sulla Terra, dove possono essere sfruttate per migliorare la resa agricola in zone difficili o impossibili da abitare.L’idea di utilizzare le piante per mantenere in vita e rendere produttivi gli esseri umani al di fuori del pianeta d’origine non è nuova: le ricerche nascono negli anni 50 a partire dal lavoro di Jack Myers che tenne sotto osservazione le alghe con l’obiettivo di produrre ossigeno e smaltire la CO2. Il progetto venne ripreso dai russi un decennio più tardi, i quali sfruttarono lo spunto per testare la capacità di sopravvivenza di un gruppo di uomini in Siberia, in laboratori in cui l’indispensabile alla sussistenza (inclusi aria e acqua) era fornito dal grano.La NASA negli anni 80 rilanciava con il progetto CELSS e la realizzazione di ambienti chiusi e controllati in cui piantare lattuga, grano, soia e patate. Nello stesso periodo i giapponesi svilupparono una camera da 150 metri quadri in cui un sistema di riciclo permetteva alle colture di crescere e fornire supporto alla vita di due uomini e due capre. Viene dall’Europa il programma MELiSSA che a fine anni 80 proponeva un approccio ecologico per l’approvvigionamento di gas, acqua e materiali di riciclo per la sussistenza in ambiente spaziale. Negli anni 90 fu la volta dei Canadesi, che studiarono ad hoc una camera ipobarica per testare le capacità del grano di adattarsi alla vita extraterrestre, mentre più di recente i cinesi hanno edificato la facility Lunar Palace 1 che include una stanza di 69 metri quadri in cui si producono aria, acqua e cibo necessari per tre umani.Il tema dell’agricoltura spaziale, all’attenzione dunque della comunità scientifica da più di mezzo secolo, ha rilanciato prospettive fantascientifiche e prodotto benefici anche per la vita sulla Terra, attraverso la messa a punto di nuove tecnologie. Ne sono un esempio l’illuminazione LED per l’agricoltura verticale o gli approcci idroponici per le colture sotterranee, in grado di ottimizzare (o addirittura di consentire) la resa in ambienti estremi. Come si evince anche dall’articolo di Wheeler, le sfide sono ancora molte ma puntare sull’agricoltura resta la chiave d’accesso alla strada verso Marte.

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