Un nuovo catalogo per le galassie

Irregolare, ellittica, a spirale, lenticolare. Da quasi un secolo le galassie del nostro Universo sono classificate in base al loro aspetto, seguendo la cosiddetta sequenza di Hubble.

Ideata nel 1926 dal famoso astronomo americano, la classificazione di Hubble è diventata ed è tuttora il sistema più diffuso per catalogare e descrivere le diverse galassie del cosmo.

Ma nonostante l’indiscussa efficacia di questo metodo, i criteri su cui si basa sono sostanzialmente soggettivi, nonché soltanto indirettamente collegati alle effettive proprietà fisiche galattiche.

Ad esempio, la sequenza di Hubble non tiene conto del percorso evolutivo delle singole galassie e della loro lenta ma significativa crescita nel corso di miliardi di anni.

Un nuovo fondamentale passo verso un diverso approccio alla classificazione galattica arriva ora dall’Australia: un team di ricerca dell’Australian Astronomical Observatory (AAO) ha pubblicato uno studio che cataloga le galassie in base alle proprietà fisiche e non più al loro aspetto.

L’analisi, coordinata dall’italiano Luca Cortese dell’International Centre for Radio Astronomy Research australiano, è stata possibile grazie all’avanzata tecnologia dell’AAO.

“Abbiamo davvero bisogno di un sistema coerente per classificare le galassie – dice Cortese – che utilizzi una strumentazione in grado di misurarne le proprietà fisiche piuttosto che utilizzare l’interpretazione umana, soggettiva e dispendiosa in termini di tempo”.

Il sistema in questione in realtà già esiste e ha anche un nome: spettroscopia a campo integrale, tecnica normalmente utilizzata in astronomia per ottenere spettri con un’elevata risoluzione spaziale.

La novità proposta da Cortese e colleghi sta nell’applicare questo metodo alla classificazione galattica, e in particolare alla misura della quantità di gas e stelle che si trova all’interno delle diverse galassie.

Ecco che grazie alla spettroscopia la sequenza di Hubble si può reinterpretare come sistema di classificazione fisico bidimensionale: il nuovo metodo permette infatti di mappare in grande dettaglio la distribuzione e la velocità dei vari componenti galattici.

Da queste informazioni si può risalire al momento angolare globale di una galassia, un dato fondamentale per comprenderne l’evoluzione nel corso di miliardi di anni.

I risultati, pubblicati su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, riguardano lo studio di 488 galassie osservate grazie allo strumento Sydney-AAO Multi-object Integral-field spectrograph (SAMI).

Lo spettrografo australiano SAMI utilizza una tecnologia all’avanguardia, che vede il coinvolgimento di 61 fibre ottiche a una distanza l’una dall’altra corrispondente a meno della metà dello spessore di un capello umano.

Ed è proprio attraverso questi sottilissimi strati di materiale che potrebbe passare l’informazione in grado di cambiare drasticamente il nostro modo di guardare alle galassie che popolano l’Universo.

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