Terrestri nati prematuri

L’universo ha 13,8 miliardi di anni, il nostro pianeta “solo” 4,5 miliardi. Il che lascia ritenere che la vita nel nostro universo possa essere nata miliardi di anni prima di quella sulla Terra. Ma questo pensiero accreditato dai più, viene oggi messo in discussione da una nuova opera teorica ad opera di Avi Loeb, astrofisico dell’Harvard-Smithsonian e uno dei più noti astrofisici al mondo, non fosse altro per la numerosa ed eclettica produzione scientifica.

Secondo Avi Loeb la possibilità di vita è molto più probabile davanti a noi piuttosto che dietro. Infatti, secondo Loeb, definendo 30 milioni di anni dopo il Big Bang il momento in cui si sarebbe potuta formare la vita, quando le prime stelle hanno disseminato nell’universo ossigeno e carbonio, e definendo i 10 mila miliardi di anni di vita dell’universo quando si spegneranno le ultime stelle, i 4,5 miliardi della Terra sembrano ben poca cosa in termini temporali.

Il ragionamento si basa sul fatto che la vita ha più possibilità di crearsi ed evolversi se accompagnata ad una stella di “lunga durata”. Le stelle ipermassicce, destinate ad una vita breve, di qualche milione di anni, non possono garantire quel processo evolutivo che possa portare vita su un pianeta loro orbitante.

Lo stesso nostro Sole, la cui vita presunta è di ben dieci miliardi di anni, è assai meno longevo di stelle di massa tre volte inferiore a quella della nostra stella, con una longevità prevista di, appunto, diecimila miliardi di anni. Secondo tale ipotesi ci sono quindi 1000 volte più probabilità che la vita si evolva da qui in avanti, di quanto possa essere stato prima.

“Ma allora perché – si chiede Loeb – non viviamo accanto a una stella di piccola massa? Una possibilità è che siamo ‘nati prematuri’. Un’altra possibilità è che l’ambiente intorno a una stella di piccola massa sia pericoloso per la vita”.

Infatti, anche se di piccola massa, le longeve stelle nane rosse sono assai minacciose. Nella loro giovinezza emettono eruzioni solari e radiazioni ultraviolette di grande intensità, capaci di strappare l’atmosfera a qualsiasi mondo roccioso orbitasse loro nella zona abitabile.

Per determinare quale sia la risposta corretta, Loeb propone di osservare, cone le future missioni spaziali, quali il Transiting Exoplanet Survey Satellite e il James Webb Space Telescope, proprio le stelle nane rosse.

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