Terra 2.0, ecco come scovarla

(ASI) – Esiste un gemello della Terra che ospita vita aliena e che si trova a un passo da noi, almeno in termini astronomici?

Questo il grande interrogativo che nelle ultime 48 ore è rimbalzato tra quotidiani, siti web e social media a proposito della scoperta annunciata dall’ESO di Proxima b, l’esopianeta in orbita ad appena 4.2 anni luce da noi in una zona abitabile attorno a Proxima Centauri.

Ma sull’effettiva presenza di vita su questo nuovo vicino spaziale gli scienziati hanno invitato ad andarci piano: come già dimostrato in altri casi, ‘abitabilità’ non significa automaticamente ‘abitato’.

Un interessante contributo alla caccia di una fantomatica Terra 2.0 potrebbe arrivare ora dall’universo della simulazione: un nuovo metodo sviluppato da due scienziati dell’Università di Yale parte dall’analisi della composizione chimica delle stelle per individuare eventuali forme di vita nel cosmo.

In uno studio accettato per la pubblicazione su Astrophysical Journal, Debra Fischer e John Michael Brewer descrivono il loro modello computazionale in grado di analizzare per così dire ‘cronologicamente’ la chimica stellare: osservando le diverse condizioni presenti nelle stelle in corrispondenza della formazione dei pianeti, è possibile risalire allo sviluppo planetario e in particolare alla possibile evoluzione biologica.

“Si tratta di un metodo diagnostico semplice ma molto utile che ci dice, ad esempio, se quel pallido puntino blu nel cielo è più simile a Venere o alla Terra” spiega Debra Fischer, che insegna astronomia a Yale ed è stata uno dei componenti del team che per primo ha scoperto un sistema planetario multiplo extrasolare nel 1999. “Il nostro campo di indagine è strettamente focalizzato nell’individuare una Terra 2.0, e qualunque cosa si faccia per restringere questo campo può aiutare”.

Il suo metodo computazionale è stato messo a punto esattamente a questo scopo: comprendere il ‘makeup’ delle stelle per risalire alle caratteristiche dei pianeti che ruotano loro attorno, escludendo quelli dove la vita non ha chance di esistere e concentrandosi su quelli invece potenzialmente abitabili.

John Michael Brewer, ricercatore postdoc a Yale, ha già utilizzato questa tecnica ‘indiretta’ per determinare la temperatura, la gravità superficiale e la velocità di rotazione di circa 1.600 pianeti, a partire da informazioni su 15 elementi chimici trovati sulle relative stelle.

Il nuovo studio su Astrophysical Journal analizza ora un numero più ristretto di stelle, circa 800, concentrandosi esclusivamente sulle loro proporzioni di carbonio e ossigeno da un lato, e magnesio e silicio dall’altro.

“Stiamo dando un’occhiata ai materiali primordiali che compongono questi pianeti – dice Brewer – perché conoscere gli elementi da cui erano formati inizialmente ci porterà a molto altro. Come determinarne l’abitabilità”.

Un esempio? La somiglianza o meno con la composizione chimica del nostro Sole.

Brewer e Fischer hanno scoperto che se una stella ha una proporzione di carbonio e ossigeno simile o minore a quella solare, i pianeti che le orbitano intorno avranno una mineralogia dominata da una proporzione magnesio-silicio.

Circa il 60% delle stelle analizzate nello studio hanno proporzioni di magnesio e silicio tali da ‘generare’ pianeti con composizioni simili alla Terra; il restante 40% ha invece interni di silicato pesante, e i loro pianeti potranno quindi essere esclusi dalla rosa di quelli potenzialmente abitabili.

Tornando a Proxima b, se volessimo seguire il metodo dei ricercatori di Yale per trovare la tanto sospirata traccia di vita aliena non dovremmo cercare direttamente sul nuovo pianeta, ma sulla sua stella Proxima Centauri. Un fatto per certi versi incoraggiante, se pensiamo che la nana rossa attorno a cui ruota questo candidato pianeta gemello della Terra è in assoluto la stella più vicina al Sistema Solare.

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