Proxima b, telefono casa?

(ASI) – Scoprire fino a che punto Proxima b, il nuovo pianeta descritto per la prima volta settimana scorsa su Nature, assomiglia alla Terra è un enigma che si basa su un’unica parola: abitabilità.

Che è vicinissimo (‘solo’ 4.22 anni luce da noi) già lo sappiamo, così come sappiamo che la sua orbita sarebbe alla distanza giusta da Proxima Centauri da permettere la presenza di acqua sulla sua superficie. E c’è anche chi si è già messo in moto nella sperimentazione di metodi alternativi per analizzare questa potenziale Terra 2.0, a caccia di nuove forme di vita.

Quello che invece ci è ancora ignoto riguarda appunto il concetto di ‘abitabilità’, e l’abissale divario che esiste tra ‘potenzialmente adatto a ospitare la vita’, come è stato per ora definito Proxima b dagli autori dello studio su Nature, e ‘abitabile’.

Insomma, su questo nuovo mondo la vita è possibile oppure no?

“La risposta breve è questa: è complicato”. Così Rory Barnes, astronomo dell’Università di Washington (foto a destra), comincia ad affrontare la questione sul blog palereddot.org, dedicato proprio alla ricerca di vita attorno alla nostra ‘vicina’ Proxima Centauri.

Prima di tutto è complicato perché su Proxima b sappiamo ancora troppo poco. I fatti noti sono che il suo anno dura soltanto 11 giorni, che la sua massa misura almeno quanto la Terra (se non di più) e che la sua distanza da Proxima Centauri è circa 25 volte minore della distanza del nostro pianeta dal Sole.

Le domande aperte sono invece molte di più.

Il pianeta è roccioso come la Terra? Dove si è formato? C’è mai stata acqua sulla sua superficie? Oppure all’inizio era avvolto da idrogeno, come Nettuno? Esiste una forma di ‘protezione’ nell’atmosfera di Proxima b, come l’ozono nell’atmosfera terrestre?

“Queste domande – dice Barnes – sono fondamentali per svelare la potenziale abitabilità di Proxima b, e determinare se il nostro più prossimo vicino galattico è una terra inospitale, un pianeta inanimato o una futura casa per l’umanità”.

Secondo l’astronomo una delle domande più importanti da cui partire è l’ultima, l’atmosfera di Proxima b.

“Quasi tutti i componenti atmosferici – spiega Barnes – lasciano la loro impronta in uno spettro di luce. Serve quindi sviluppare strumenti in grado di osservare questo spettro, per cercare, ad esempio, tracce di ossigeno”.

In questo modo potremo iniziare a calcolare, dati alla mano, le effettive probabilità che questo nuovo vicino planetario sia abitabile.

“Se così fosse – conclude l’astronomo – sarebbe il posto ideale dove trasferirsi”.

In vista della ‘morte’ del Sole, prevista tra circa 4 miliardi di anni; invece la stella di Proxima b durerà almeno 4mila miliardi in più, e questo è un altro dato piuttosto certo relativo al nuovo pianeta. Potremmo insomma guadagnare parecchio tempo.

Proxima b, telefono casa?