Orsi polari e cambiamento climatico

(ASI) – Lunedì scorso, durante una conferenza stampa all’American Geophysical Union a San Francisco, tre ricercatori hanno spiegato come le dettagliate osservazioni satellitari abbiano facilitato gli studi ecologici sul cambiamento climatico nel corso del tempo.

Basandosi su modelli prodotti grazie ai dati satellitari gli scienziati prevedono, nei prossimi 35 anni, un calo del 30% della popolazione mondiale di orsi polari artici; in Nord America hanno osservato come i cambiamenti della vegetazione – a causa della siccità – abbiano portato gli animali erbivori e i loro predatori a migrare; nell’estremo nord della Russia hanno analizzato gli spostamenti delle renne selvatiche e il loro impatto sulla crescita delle piante.

Per quanto riguarda la situazione del ghiaccio marino nella regione artica e il conseguente studio della popolazione mondiale degli orsi polari, i dati registrati dai satelliti della NASA e da altre agenzie – dal 1979 al 2015- mostrano una diminuzione del volume di ghiaccio marino di circa 53,100 chilometri quadrati all’anno. “I modelli climatici prevedono una profonda perdita di ghiaccio marino artico che senza dubbio influirà negativamente sugli orsi polari a causa della loro dipendenza vitale dal ghiaccio” ha detto Kristin Laidre, un ricercatore della Washington Polar Science Centre University di Seattle.

“In alcune parti dell’Artide, come il Mar di Cuckchi, gli orsi appaiono sani mentre nella baia di Hudson occidentakle, gli studi hanno dimostrato che la soravvivenza e la riproduzione sono diminutite al calare del ghiaccio marino” continua il ricercatore.

Laidre insieme ad altri colleghi della International Union for Conservation of Nature (IUNC) della Red List, hanno stimato l’età media di riproduzione degli orsi polari – 11,5 anni per una femmina adulta – ed hanno previsto che nel corso dei prossimi tre o quattro decenni, ci sarà un grande calo della popolazione modiale di orsi polari, di circa 30%. Questo studio evidenzia ancora di più che la specie in questione probabilmente affronterà grandi declini, a partire dal continuo cambiamento del proprio habitat.

Con il cambiamento climatico, il nord-ovest degli Stati Uniti, invece, è destinato a diventare sempre più incline alla siccità. La conseguente perdita di vegetazione avrà un impatto non solo sugli erbivori, come i cervi mulo, ma anche sui loro predatori principali, i leoni di montagna.

David Stoner, un ecologo della fauna selvatica alla Utah State University di Logan (Utah), attraverso le immagini “immortalate” dal Moderate Resolution Imaging Spectroradiometer a bordo dei satelliti Terra e Aqua della NASA, ha studiato l’effetto dei cambiamenti climatici sia sulla vegetazione che sugli spostamenti degli animali.

“Misurare i cambiamenti della vegetazione è relativamente facile. Abbiamo fornito un modello che gli esperti di fauna selvatica potranno utilizzare per stimare la densità di popolazione di cervi e di leoni di montagna, due specie di selvaggina di grande importanza economica”, ha affermato lo scienziato. Con il suo studio Stoner ha previsto una diminuzione della popolosità dei cervi di circa il 22%, e del 43% per i leoni di montagna.

“Stiamo perdendo alcuni dei benefici economici legati a questi animali, perché è vero che i leoni saranno in numero minore dei cervi, ma i costi sono destinati ad aumentare perché gli animali rimanenti saranno attratti da città e fattorie ” conclude Stoner. I cervi mulo portano centinaia di milioni di dollari alle zone rurali attraverso la caccia e il turismo, ma possono avere anche impatti economici negativi, provocando incidenti stradali, divorando e danneggiando le colture. La siccità renderà le zone abitate più attraenti per gli erbivori, perché le aziende agricole e le aree suburbane sono irrigate e abbastanza verdi.

Spostandoci nella regione settentrionale della Russia, invece, la specie a rischio è il gregge delle renne Taimyr, il branco di renne selvatiche più grande nel mondo ed una fonte di cibo chiave per la popolazione indigena della penisola Taimyr.

“Le popolazioni delle renne sono in declino in tutto il mondo; nel Taimyr si è registrato un calo di circa il 40% rispetto al 2000 e la madria ora è composta da 600,000 animali” ha detto Andrey Petrov, professore associato presso la University of Northern Iowa, a Cedar Falls.

Petrov ha esaminato i dati risalenti al 1969 ed ha stabilito che sono in atto dei mutamenti nei modelli di diffusione e migrazione della renna selvatica a causa dei cambiamenti climatici e della caccia. Le renne si sono spostate ad est, lontano da attività umane. Mentre durante l’estate la mandria viaggia più a nord, per evitare temperature crescenti e zanzare più abbondanti.

“Le renne Taimyr ora devono percorrere lunghe distanze tra la stagione invernale e quella estiva, e questo sta causando una mortalità più elevata“, ha detto Petrov. “Altri fattori che contribuiscono alla maggiore mortalità sono le punture delle zanzare ed il fatto che i fiumi si stanno espandendo rispetto a prima e gli animali devono attraversare lunghe tratte durante la loro migrazione”.

Petrov ha utilizzato anche immagini tratte dal programma satellitare della Nasa – United States Geological Survey Landsat – analizzando come il passaggio delle renne danneggi la vegetazione presente nei fondali. In conclusione, Petrov ha determinato che l’eccessivo pascolo potrebbe essere il possibile fattore del declino della popolazione delle renne Taimyr, verificatosi dopo il 2000.

Gli studi del ricercatore Kristin Laidre e progetti di ricerca di David Stoner sono stati finanziati direttamente dalla NASA mentre la National Science Foundation ha contribuito agli studi di Andrey Petrov.

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