Le ‘radici’ della Grande Macchia Rossa

(ASI) – E’ uno dei tratti distintivi del quinto pianeta del Sistema Solare, è tenuta sotto controllo sin dal 1830 ed ha dimensioni planetarie: stiamo parlando della Grande Macchia Rossa, la tempesta gigante che infuria in senso antiorario a 22° sotto l’equatore di Giove e che, secondo gli studiosi, è attiva da oltre 350 anni.La Macchia, caratterizzata da una forma ovale e da un intenso color ocra, torna di nuovo agli onori della cronaca per le osservazioni svolte dalla sonda Juno della Nasa, che, durante il primo fly-by di Giove, ha raccolto preziose informazioni su di essa, in particolare sulla sua profondità. I risultati dell’attività scientifica della sonda sono stati illustrati nell’intervento “The biggest story in the solar system: Science from NASA’s Juno mission to Jupiter”, tenuto durante il meeting autunnale dell’American Geophysical Union, in corso questa settimana a New Orleans (a questo link il video). Gli studiosi, infatti, si sono a lungo interrogati su quanto profonde fossero le ‘radici’ della Macchia, il cui diametro supera i 16mila chilometri (1,3 volte quello della Terra). La risposta è stata fornita da Mwr (MicroWave Radiometer), uno degli otto strumenti di Juno, che è riuscito ad effettuare le misurazioni, penetrando la folta coltre di nubi di Giove. La Macchia, quindi, si estende in profondità nell’atmosfera del pianeta per circa 300 chilometri, un valore da 50 a 100 volte maggiore rispetto alla profondità degli oceani terrestri. I dati di Juno, inoltre hanno evidenziato che l’area più interna della tempesta è più calda rispetto a quella esterna e che da questo calore dipendono i venti impetuosi riscontrati nella sua parte alta.

Juno (Credits: Nasa) La Macchia quindi è in costante fermento e i planetologi si interrogano sul suo futuro, dato che le osservazioni condotte dal 1830 in poi indicano una diminuzione dell’ampiezza. Paragonando infatti i dati delle due sonde Voyager, che hanno ‘visitato’ Giove nel 1979, con quelli di Juno, il team della ricerca ha riscontrato che la tempesta si è ridotta di un terzo.Durante il primo fly-by del gigante gassoso, la sonda ha anche individuato una nuova zona di radiazione, appena al di sotto dell’atmosfera e vicino all’equatore. A scoprirla è stato lo strumento Jedi (Jupiter Energetic particle Detector Instrument), che ha rilevato la presenza di ioni di idrogeno, ossigeno e zolfo in movimento a velocità vicine a quella della luce. Juno, lanciata il 5 agosto 2011, ha raggiunto l’orbita di Giove il 5 luglio 2016 e da allora ha iniziato la sua attività scientifica, mirata a comprendere l’origine e l’evoluzione del pianeta. La missione, attraverso l’Agenzia Spaziale Italiana, vanta un significativo contributo ‘tricolore’ con lo spettrometro Jiram (Jovian InfraRed Auroral Mapper, dell’Inaf-Iaps, realizzato da Leonardo) e lo strumento di radioscienza KaT (Ka-Band Translator, dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma, realizzato da Thales Alenia Space-Italia).

Le ‘radici’ della Grande Macchia Rossa