Hitomi, il canto del cigno

(ASI) –

Ha avuto un’esistenza davvero breve, ma è riuscito ugualmente a lasciare il segno. Stiamo parlando di Hitomi, il satellite della JAXA che lo scorso marzo ha fatto perdere le sue tracce dopo poco più di un mese di viaggio.

Partito il 17 febbraio 2016 a bordo del vettore H-2 A, il telescopio dell’agenzia spaziale nipponica era stato programmato per osservare il cielo nella finestra dei raggi X, fino a spingersi ai raggi gamma.

Obiettivo di Hitomi, che in giapponese significa “pupilla”, era riuscire ad analizzare i fenomeni più energetici dell’Universo, come i buchi neri, con una sensibilità unica rispetto agli strumenti precedenti.

Ma poi qualcosa è andato storto: il 26 marzo il potente “occhio” nipponico ha mancato il suo appuntamento con le basi di terra, e ciò che inizialmente la JAXA ha definito una “anomalia nelle comunicazioni” si è rivelato presto un danno irrimediabile.

Nelle settimane successive i tecnici hanno appurato che Hitomi ha subito un grave guasto alle batterie, che ha provocato la rottura di almeno cinque pezzi esterni dei pannelli solari di alimentazione.

E così il Giappone ha dovuto dire addio alla sua pupilla da 273 milioni di dollari, e a una potenziale miniera d’oro di dati scientifici.

Eppure, prima di essere risucchiato nell’Universo, Hitomi è riuscito a mandare una piccola ma impressionante dimostrazione delle sue capacità. Il satellite JAXA ha fatto in tempo a osservare un enorme ammasso di galassie nella costellazione di Perseo, inviando sulla terra preziose informazioni sui giganti buchi neri nei loro centri.

I risultati, analizzati da un gruppo di astronomi guidati dall’Università di Waterloo e apparsi su Nature, presentano una nuova prova dell’importanza dei buchi neri nell’evoluzione complessiva delle galassie.

“Pensiamo che i buchi neri supermassicci – spiega Brian McNamara, coordinatore dello studio – agiscano come termostati: regolano la crescita delle galassie”.

I dati a raggi X raccolti da Hitomi sulla costellazione di Perseo, che si trova a 240 milioni di anni luce da noi, riguardano non solo la materia “ordinaria” che costituisce le galassie, ma anche una sorta di atmosfera di plasma bollente.

I responsabili del riscaldamento di questo plasma sarebbero proprio buchi neri, che secondo McNamara sono “i più efficienti generatori di energia, centinaia di volte più potenti di un reattore nucleare”.

“Ogni volta che un po’ di gas cade in un buco nero – prosegue il ricercatore – quest’ultimo rilascia un’enorme quantità di energia. È così che si creano le bolle che rendono caldo il plasma attorno alle galassie”.

Questo plasma è invisibile ai telescopici ottici, ed era quindi sconosciuto fino all’avvento dell’astronomia a raggi X.

Ecco il motivo per cui l’occhio di Hitomi poteva costituire uno strumento unico per penetrare i misteri delle bollenti “atmosfere” galattiche: bisognerà accontentarsi di questa rapidissima occhiata nell’ammasso di Perseo, ultimo battito di ciglia della pupilla giapponese.

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