Galassie fallite

Hanno una densità estremamente bassa e le loro stelle sono molto difficili da scorgere. Sono le galassie ultra diffuse, (o UDG, dall’inglese ultra diffuse galaxy), scoperte per la prima volta nell’ammasso di galassie della Vergine circa trent’anni fa.

Negli ultimi anni, i moderni telescopi hanno rilevato la presenza di svariati oggetti simili, suggerendo l’ipotesi che si tratti di un fenomeno più diffuso di quanto si pensasse in precedenza.

Tuttavia, le UDG sollevano una serie di domande che restano ancora senza risposta. Qual è la natura esatta di queste flebili galassie? Perché le loro dimensioni sono paragonabili a quelle delle galassie ‘normali’, eppure sono così fioche?

Ora un nuovo studio coordinato dall’Università di Yale e pubblicato su Astrophysical Journal Letters risponde ad alcune di queste domande grazie a un’analisi dei dati raccolti da Hubble.

In particolare, gli scienziati hanno fotografato due UDG: Dragonfly 44 e DFX1, entrambe situate nell’ammasso della Chioma. Queste galassie sono sia lisce che allungate, senza evidenti caratteristiche irregolari, bracci a spirale o regioni di formazione di stelle.

La loro caratteristica più suggestiva è il fatto di essere circondate da un gran numero di oggetti compatti, che si configurano come ammassi globulari.

Dalle osservazioni, i ricercatori hanno stimato che Dragonfly 44 e DFX1 abbiano rispettivamente circa 74 e 62 globuli – molto più di quanto sarebbe previsto per le galassie di questa luminosità.

Confrontando questi dati con le informazioni di archivio, il team ha concluso che le UDG sembrano avere più ammassi globulari rispetto ad altre galassie della stessa luminosità totale, per un fattore di quasi 7.

Questi risultati sembrerebbero coerenti con l’ipotesi in base alla quale le galassie ultra diffuse sono in realtà galassie fallite: si sono formate come le galassie di dimensioni simili, ma la loro produzione stellare a un certo punto si è interrotta.

Il passo successive sarà ora quello di ottenere misurazioni delle dinamiche delle UDG, per misurarne con precisione la massa e comprendere così l’evoluzione di questi affascinanti oggetti celesti.

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