Elettroni nella rete

(ASI) – Una doppia spinta. La prima ad opera di un buco nero, la successiva in seguito alla collisione tra cluster galattici. Il fenomeno riguarda gruppi di elettroni all’interno di nubi di gas interstellare. A descriverlo, in uno studio pubblicato su Nature Astronomy, un team internazionale di astronomi, coordinati dall’Università di San Paolo, in Brasile.

Secondo gli autori, questa doppia accelerazione può aiutare gli scienziati a comprendere l’architettura dell’Universo su larga scala. Una struttura che si suppone sia formata da una sorta di ragnatela cosmica, con filamenti di materia interstellare che s’intersecano e, in corrispondenza dei nodi, danno luogo alla formazione di cluster galattici. Come una gigantesca spugna, fatta di ammassi di galassie connessi tra loro da sottili filamenti, ed enormi buchi vuoti.

“Gli elettroni che formano le nubi interstellari inizialmente sono accelerati dal buco nero supermassiccio al centro di una delle galassie – spiega Felipe Andrade-Santos, uno degli autori dello studio -. In un secondo momento, vengono poi riaccelerati dalle onde d’urto che si propagano in un cluster galattico per centinaia di milioni di anni, quando collide con un altro cluster”.

Gli astronomi hanno, in particolare, studiato la collisione tra i cluster Abell 3411 e Abell 3412, che si trovano a circa due miliardi di anni luce dalla Terra, e si estendono per milioni di anni luce. La riaccelerazione delle particelle scatenata dalla collisione tra cluster determina un’emissione di radiazione elettromagnetica nel campo delle radiofrequenze.

“Queste emissioni radio sono state rivelate per la prima volta circa 20 anni fa, ma sono rimaste a lungo un mistero. Adesso – conclude Andrade-Santos -, noi abbiamo ipotizzato che il fenomeno sia legato a una doppia accelerazione, che rende le particelle un milione di volte più energetiche”.

Per raggiungere questo risultato, gli astronomi hanno unito gli sforzi di più telescopi, sia spaziali che terrestri: il satellite Chandra, il Giant Metrewave Radio Telescope (GMRT), in India, il Southern Astrophysical Research Telescope (http://www.ctio.noao.edu/soar/), in Cile, il Subaru Telescope e il W. M. Keck Observatory, entrambi basati alle Hawaii.

Crediti Foto: V.Springel, Max-Planck Institut für Astrophysik, Garching bei München

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