BEAM, primi test sulla stanza gonfiabile

Per avere una stanza in più, gli astronauti della ISS non hanno bisogno di fare alcun intervento da operai spaziali. Almeno da quando esiste BEAM, acronimo di Bigelow Expandable Activity Module, il nuovo modulo ‘espandibile’ della Stazione realizzato dalla compagnia americana Bigelow.

Trasportato lo scorso 8 aprile dalla capsula Dragon di Space X e attraccato con successo la settimana successiva grazie all’intervento del braccio robotico Canadarm2, BEAM è stato sistemato nel Tranquility Node della ISS.

Ed è qui che si è trasformato in una stanza: l’astronauta NASA Jeff Williams lo ha ‘gonfiato’ nel corso di un’operazione durata ben 7 ore, finite le quali il modulo era espanso, pressurizzato e soprattutto abitabile dagli inquilini della Stazione Spaziale Internazionale.

Lo stesso Williams ha poi ‘arredato’ con diversi sensori il nuovo ambiente spaziale, che resterà operativo per due anni in tutto e sarà visitato circa 12 volte dagli equipaggi a bordo della ISS. L’obiettivo della ‘stanza gonfiabile’ è capire se questo genere di tecnologia può effettivamente essere funzionale per le abitazioni spaziali future.

La prima, parziale risposta arriva già cinque mesi dopo l’inaugurazione del modulo: i sensori installati su BEAM hanno cominciato a inviare sulla Terra informazioni utili sulle performance di questo oggetto espandibile.

“Il modulo e i suoi sensori – dice Steve Munday, manager di BEAM al Johnson Space Center della NASA – si stanno per lo più comportando come ci aspettavamo. La nostra squadra a terra, grazie al supporto degli astronauti sulla stazione, stanno raccogliendo dati molto preziosi sul funzionamento di habitat espandibili nello spazio”.

I sensori installati nel cuore di BEAM misurano tra le altre cose la dinamica strutturale della stanza, le sue condizioni termiche e l’indice di penetrazione delle radiazioni. Un particolare sistema di sensori chiamato Distributed Impact Detection System (DIDS) rivela inoltre qualunque possibile impatto di detriti sulle pareti del modulo.

Ma come spesso accade nel corso dei test di nuove tecnologie, i primi mesi di attività di BEAM hanno offerto anche qualche sorpresa. Gli ingegneri termici a Houston hanno notato che il modulo risultava più caldo di quanto previsto, in particolare nella sua configurazione immediatamente precedente all’apertura (immagine in basso).

Una caratteristica da tenere d’occhio, ma che per ora non preoccupa la NASA: “Un ambiente più freddo del previsto – commenta Munday – avrebbe aumentato il rischio di condensazione, quindi siamo stati soddisfatti quando Jeff è entrato per la prima volta nel modulo e ha trovato l’interno secco e asciutto. BEAM è il primo del suo genere e i dati che stiamo raccogliendo ci permetteranno di migliorare i nostri modelli strutturali e termici per il futuro”.

© Italiaonline S.p.A. 2020Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963

BEAM, primi test sulla stanza gonfiabile