Via libera negli USA al salmone transgenico. In Italia con il TTIP

Cresce due volte più rapidamente del salmone comune. Ma in Italia sono contrari al biotech nel piatto quasi 8 cittadini su 10

Prontamente ribattezzato “Frankenfish“, la Food and Drug Administration, l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari, ha sdoganato il consumo del primo animale geneticamente modificato.
Si tratta del salmone dell’Atlantico, a cui è stato aggiunto un gene del salmone reale del Pacifico per accelerare il suo processo di crescita. L’inserimento del gene proveniente da un pesce che vive in acque più calde, infatti, permette al salmone di sviluppare l’ormone della crescita anche in inverno, a differenza di quanto avviene nei salmoni tradizionali, e in tal modo, di raggiungere il peso adatto per la vendita nella metà del tempo (un anno e mezzo invece di tre).
Il via libera a portare in tavola il pesce transgenico è arrivato dopo cinque anni di test e sperimentazioni, a conlcusione dei quali l’FDA ha stabilito che il consumo del pesce modificato è sicuro e non crea danni all’ambiente (gli ingegneri assicurano: i pesci creati in laboratorio sono tutti femmine e sterili).

Il supersalmone ogm può essere messo in vendita nei supermercati, dunque.
Se negli Stati Uniti alla vendita del pesce geneticamente modificato si sono opposti consumatori e ambientalisti, in Italia sono contrari al biotech nel piatto quasi 8 cittadini su 10 (76 per cento) secondo un’indagine Coldiretti/Ixé.

Si tratta di un salmone atlantico che è stato geneticamente modificato per crescere molto più rapidamente di quello convenzionale ed è stato prodotto dalla AquaBounty Technologies, la cui maggioranza è di proprietà della Intrexon Corporation. “Di fronte ad una escalation nell’applicazione delle biotecnologie al regno animale, con modificazioni genetiche e clonazioni, occorre intervenire tempestivamente – sostiene la Coldiretti – con un adeguamento delle normative comunitarie per impedire l’importazione di questa preoccupante novità di cui non si sente certamente il bisogno”.
“Una esigenza che – conclude l’associazione dei coltivatori – è ancora più evidente alla luce del negoziato in atto sul libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti, il cosiddetto TTIP”.

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