Uscire dall’Europa? Ecco quanto ci costerebbe

Sull'immigrazione l'Europa "ci scarica" e qualcuno vuole "scaricare" l'Europa. Ma ci conviene? Vediamo che cosa significherebbe per l'economia italiana e per le nostre tasche

Veniamo “invasi” dagli immigrati e l’Europa ci lascia soli? E noi usciamo dall’Unione. Tra le (molte) questioni su cui in questi giorni si litiga e ci si divide ci sono sono certamente le esternazioni del ministro degli Interni Maroni. Di fronte al rifiuto della Commissione europea di farsi carico dell’emergenza immigrazione nel nostro paese, Maroni ha dichiarato: “mi chiedo se abbia un senso continuare a far parte dell’Ue. Meglio soli che male accompagnati”.

Venendo dal ministro degli Interni, una dichiarazione del genere andrebbe presa sul serio. Proviamo a farlo. E proviamo anche a valutare quali sarebbero gli effetti di una nostra “secessione” dall’Europa.

La perdita dell’euro

La prima conseguenza dell’uscita dalla Ue sarebbe la perdita della moneta unica. Torneremmo a una nostra valuta nazionale, per ipotesi la Nuova Lira, che subito si svaluterebbe almeno del 25-30% perché non più trainata dalle altre economie forti del continente (quella tedesca su tutte). Questo significherebbe una caduta proporzionale del nostro potere d’acquisto all’estero: in altre parole comprare merci straniere (o anche fare vacanze all’estero) ci costerebbe il 25-30% in più.

Certo, c’è anche un altro lato della medaglia: le nostre merci costerebbero meno e sarebbero più competitive sui mercati internazionali. E l’aumento dei prezzi delle importazioni sposterebbe la domanda sulle produzioni interne stimolando l’economia nazionale. Ma né l’uno né l’altro fattore basterebbero a compensare le perdite: ricordiamo infatti che la nostra bilancia commerciale è in deficit strutturale, cioè da sempre il valore delle importazioni supera quello delle esportazioni. Insomma spendiamo all’estero più di quanto incassiamo dall’estero: attualmente il disavanzo è di circa 56 miliardi di euro.

Prezzi e tassi alle stelle

Prima di riuscire a riconvertire in senso “autarchico” la nostra economia saremmo travolti dall’inflazione. I prezzi salirebbero a livelli cui non siamo più abituati da trent’anni. Bisogna infatti tornare agli inizi degli anni ’80 per trovare livelli d’inflazione a due cifre, vicini al 20%.

A questo punto la Banca d’Italia sarebbe costretta ad aumentare il costo del denaro per frenare l’inflazione. Ma siccome si tratta di un inflazione “esogena”, cioè determinata da fattori esterni (aumento delle materie prime e dell’energia che acquistiamo all’estero) e non dalla crescita delle domanda interna, l’effetto sarebbe ridotto. Per contro, l’aumento del costo del denaro frenerebbe ulteriormente l’economia perché chiedere un prestito in banca o fare un mutuo costerebbe di più. Risultato: la stagflazione, il peggiore degli scenari possibili.

Debito fuori controllo

Disastrose sarebbero anche le ricadute sul debito, sia pubblico che privato. Il debito pubblico italiano (cioè i titoli di che lo Stato emette per finanziarsi: Bot, Cct, Btp ecc.) come quello degli altri paesi  è detenuto in buona parte da investitori esteri. Che dall’oggi al domani si troverebbero con titoli (che per loro sono di credito) denominati in nuove lire, svalutati di un quarto. Quasi spazzatura. Una vera catastrofe se si pensa che il debito pubblico italiano supera i 1.840 miliardi di euro, cioè il 119% del Pil, il secondo al mondo per dimensioni (dietro al Giappone).

La reazione a catena a questo punto porterebbe a un’impennata dei tassi d’interesse (se un titolo perde valore, per convincere gli investitori ad acquistarlo bisogna promettere un guadagno maggiore) cioè un ulteriore aumento del debito. E allora la bancarotta dello Stato sarebbe dietro l’angolo: sarebbero a rischio le pensioni, la sanità e gli stipendi dei dipendenti pubblici. Ma anche le banche e le aziende private perderebbero fiumi di liquidità e andrebbero in crisi.

E – dulcis in fundo – non essendo più in Europa a quel punto non avremmo nemmeno il paracadute finanziario dell’Unione che ha già salvato dal crack la Grecia e l’Irlanda. Vista così, forse l’Europa non sembra così “ostile”. (A.D.M.)

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