Spread Bund-Btp, ovvero come leggere il termometro della crisi italiana

Indica la differenza di rendimento tra i nostri titoli di Stato decennali e quelli tedeschi, i più affidabili. Mai così lontani dall'introduzione dell'euro

Stare sull’orlo dell’abisso e non capirlo. Ci sono “formule” che misurano più di altre lo stato di pericolo della nostra economia, ma che per molti sono arabo. Un caso tipico è l’espressione che sta rimbalzando da tutti i media in questi giorni: lo “spread Bund-Btp“. Che cos’è? E perché “improvvisamente” è diventato così importante? Cerchiamo di capire la funzione di questo termometro del rischio di default per l’Italia.

Si tratta della differenza (delta o spread, appunto) tra il rendimento di due titoli di Stato a lungo termine (10 anni):

i Btp (Buoni del Tesoro poliennali) italiani e
i Bund tedeschi, titolo equivalente che per la sua affidabilità funge da riferimento europeo (e mondiale).

Lo spread aumenta quando gli investitori preferiscono il titolo ritenuto più affidabile, il Bund tedesco appunto, a quello italiano, cioè emesso da uno Stato con un rating di affidabilità inferiore. Al contrario, quando lo spread si riduce significa che la percezione della rischiosità del nostro paese da parte degli investitori sta diminuendo.

Ma in cosa consiste l’affidabilità/rischiosità di uno Stato? Sostanzialmente nella possibilità che esso sia in grado o meno di pagare gli interessi sul suo debito, cioè sui titoli di Stato emessi. Si parla di “rischio sovrano“. L’affidabilità di un investimento a lungo termine – come il Btp decennale – dà quindi la misura dello stato di salute di un’economia e di quanto sia schiacciata dal peso del debito pubblico.

Mai così poco affidabili

E’ notizia di questi giorni che il differenziale tra i due titoli sta polverizzando tutti i record, arrivando a toccare i 210 punti base (cioè il 2,1%), il livello massimo dalla nascita dell’euro. Ciò significa che i mercati percepiscono sempre più a rischio la situazione italiana.

In passato, prima della nascita della moneta unica, lo spread era ben maggiore. Nel 1995 raggiunse quasi il 7%. Ma allora c’erano ancora la lira e il marco e l’indice era “viziato” dal rischio di cambio, cioè dalle oscillazioni di prezzo tra le due valute. E infatti erano i tempi del “supermarco” che raggiunse il tetto delle 1.250 lire e i mercati preferivano le obbligazioni legate alle monete forti.

Ora non abbiamo più “l’alibi” delle valute differenti. La moneta è unica – l’euro – e la differenza sta tutta nel rischio sovrano. Gli investitori temono la montagna del nostro debito pubblico, il più grande d’Europa. Tra i Piigs (l’acronimo un po’ dispregiativo con cui vengono indicati i cinque paesi più vacillanti) la Grecia ha un debito verso l’Europa di 236 miliardi di dollari, il Portogallo di 286 miliardi, l’Irlanda di 867 miliardi, la Spagna di 1.100 miliardi. L’Italia stacca tutti con un debito di 1.400 miliardi. Prestereste dei soldi a qualcuno che ha già i creditori alle porte? (A.D.M.)

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