Sommerso, illegalità, scalate: ecco i rischi post pandemia

A livello economico e industriale è a rischio la posizione italiana sui mercati internazionali. Ecco cosa agisce, e come

“A livello economico e industriale, è a rischio la posizione italiana sui mercati internazionali. Tale indebolimento incide sul valore reputazionale del Paese, che potrebbe essere minacciato da ulteriori infiltrazioni criminali e divenire terra di conquista da parte di altre nazioni.

Il rischio è che altri Paesi, con le loro multinazionali, traggano vantaggio dal nostro indebolimento per rafforzare il proprio ruolo, specie nell’industria manifatturiera”. Queste le conclusioni che emergono dal rapporto “Analisi di Intelligence e Proposte di Policy sul post-pandemia Covid-19” elaborato dalla Società italiana di intelligence, a cura del presidente Socint Mario Caligiuri con il contributo del vice presidente nazionale Confapi Francesco Napoli e dei ricercatori Luigi Barberio, Roberto Macheda e Luigi Rucco.

In questo contesto – secondo l’analisi – dovrebbe essere aggiornata la normativa del golden power, completandola con la definizione dei “beni e i rapporti di rilevanza strategica per l’interesse nazionale”. Pertanto, in questa fase – scrivono i ricercatori – “si potrebbe valutare se vietare la vendita di quote degli asset strategici, tra i quali potrebbero essere considerati anche quelli sanitari, che andrebbero rafforzati investendo sul farmaceutico, sulle tecnologie digitali, compresa la telemedicina, nonché altri ambiti ad alta intensità di innovazione”.

Il Rapporto sottolinea, inoltre, la necessità di monitorare i rischi non solo nell’immediato, ma anche nel medio periodo, “poiché la criminalità organizzata, le multinazionali, le banche d’affari, i fondi sovrani e i Paesi stranieri potrebbero agire a distanza di tempo dal clamore mediatico dell’emergenza, ponendo però adesso le basi per il loro intervento futuro”.

Sul fronte delle Pmi uno temi evidenziati dalla ricerca è l’incentivo al rientro della produzione da Paesi a basso reddito verso l’Italia, così come risulta fondamentale predisporre le condizioni legislative e fiscali per incentivare il rientro delle sedi legali delle aziende e il gettito fiscale. 

LA RICADUTA ECONOMICA – La pandemia di coronavirus si è inserita in contesto geo-economico già interessato, nel 2019, da un significativo rallentamento della crescita economica mondiale con un incremento di appena il 3% rispetto al 2018. Stando alle previsioni del Fondo Monetario Internazionale (decrescita del PIL del 3% nel 2020, ovvero il 6,3% in meno rispetto alle stime di gennaio, con perdite complessive a livello mondiale di quasi 9mila miliardi di dollari fra il 2020 e il 2021) l’economia italiana sarà tra le più deboli al mondo, con, al netto dei correttivi nel 2020, una decrescita del PIL pari al -9,1% (peggio del nostro Paese solo Grecia, Libano, Venezuela, e Macao).

A ciò si aggiungono le conseguenze del lockdown che, secondo le stime sviluppate da Svimez, comporta, per ogni mese di stop, la riduzione di quasi 48 miliardi di euro del PIL italiano, pari al 3,1% e, per ogni settimana in più di blocco normativo delle attività produttive, potrebbe costare una percentuale ulteriore di PIL dell’ordine di almeno lo 0,75% (dati Centro studi Confapi).

La suddivisione territoriale della perdita sarebbe si 37 miliardi al Centro Nord e circa 10 nel Sud. In termini assoluti, la contrazione economica media sarebbe di 788 euro pro-capite al mese, suddivisi in oltre 1000 euro al Centro-Nord e quasi 500 al Sud. Nelle stime di contrazione economica, tuttavia, – rileva l’analisi – non è quantificata la vasta area del sommerso che incide, secondo i dati dell’Eurispes, per circa 540 miliardi di euro annui sui 1.600 miliardi del PIL ufficiale nazionale. Si prevede, inoltre, secondo l’ILO, una riduzione dell’orario di lavoro nel trimestre in corso di circa il 6,7 per cento, pari a 195 milioni di lavoratori a tempo pieno (supponendo una settimana lavorativa di 48 ore).

La perdita di produttività implica, a sua volta, una diminuzione di reddito per i lavoratori e una povertà più profonda con un inevitabile aumento delle disuguaglianze in tutti gli ambiti. Esiste, quindi, – avvertono i ricercatori – “un elevatissimo rischio di tenuta socioeconomica per il sistema Paese che, inevitabilmente, potrebbe sfociare in un diffuso e differenziato disagio sociale“. Nel Mezzogiorno già caratterizzato da un contesto di fragilità sociale pregressa l”attuale crisi andrà a creare – si legge nell’analisi – “l’humus ideale per le mafie che potrebbero ulteriormente e certamente infiltrare con maggiore pervasività l’economia, le istituzioni e la società”.

Il Nord – in particolare nelle tre regioni maggiormente colpite dall’epidemia, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, – potrebbe perdere circa il 40% del PIL, con effetti devastanti sul tessuto economico e sociale di tutto il Paese. Pertanto – affermano gli analisti – “il rischio di forte recessione economica è più che reale con evidenti implicazioni negative sull’occupazione.

La fascia di persone con fragilità sociale rischia di ampliarsi a dismisura e senza adeguati interventi a sostegno del reddito delle famiglie potrebbero diventare travolgenti le spinte secessioniste e dell’autonomia differenziata. Tendenza analoga e parallela rispetto a quella che si manifesta relativamente all‘uscita dell’Italia dall’Unione Europea”. 

RICADUTA INDUSTRIALE –
 Nell’attuale scenario caratterizzato da una recessione atipica che ha colpito l’economia come un meteorite, con un effetto congiunto su offerta e domanda, il lockdown – evidenzia l’analisi – “ha colto impreparate sia le molte imprese, specialmente al Meridione, che non hanno ancora completato il percorso di rientro dalle difficoltà degli eventi del 2008, sia quelle più efficienti che non solo hanno resistito, ma hanno consolidato importanti percorsi di crescita”.

Per far fronte alla crisi, secondo l’analisi, le misure adottate dal governo con il decreto-legge sulla liquidità approvato nel Consiglio dei Ministri del 7 aprile, non sono sufficienti. “Il meccanismo scelto – spiegano i ricercatori – appare poco funzionale alla dimensione del problema. Inoltre, il decreto-legge fornisce esclusivamente garanzie statali a fronte dei finanziamenti erogati alle aziende.

Pertanto, è compito delle banche il reperimento della liquidità, in un mercato caratterizzato dalle regole di Basilea che impone limiti alle quantità di patrimonio di cui debbono necessariamente dotarsi, determinando possibili rallentamenti nell’erogazione dei prestiti alle imprese”. In particolare per quanto riguarda le Pmi, elemento centrale nella struttura produttiva del Paese, posto che la fase acuta dell’emergenza sanitaria si vada esaurendo alla metà del secondo trimestre dell’anno, il Centro Studi di Confapi ipotizza che nel settore manifatturiero saranno attive queste percentuali di imprese nei prossimi mesi: aprile (40% all’inizio; 60% alla fine del mese); maggio (70% all’inizio; 90% alla fine del mese); giugno (90% all’inizio; 100% alla fine del mese).

La ripartenza nel secondo semestre 2020 – sottolinea il rapporto – “sarà verosimilmente frenata dalla debolezza della domanda di beni e di servizi” con un calo della domanda trainato da tre fattori: modifiche dei comportamenti individuali; nuove modalità di erogazione delle prestazioni lavorative; chiusura di attività produttive di beni e servizi.

L’attuale situazione, scrivono i ricercatori, sta, inoltre, mutando la composizione della spesa delle famiglie, che adesso appare sbilanciata su tre capitoli essenziali di consumo: alimentari, abitazione, salute. Un andamento che, di conseguenza, porta a un parziale rallentamento della domanda delle spese (circa il 60% del totale), etichettabili come “non essenziali”: trasporti; attività ricreative e culturali; ristoranti e alberghi; e abbigliamento.

PROPOSTE DI POLICY –
 Sulla base delle valutazioni dei ricercatori per far fronte all’attuale emergenza sono necessari interventi economici di sostegno a famiglie e imprese tempestivi. La velocità d’intervento – secondo la ricerca – “diviene il fattore critico di successo di qualsiasi politica economica, partendo dal presupposto che per garantire la tenuta democratica del Paese, è necessario conservare l’integrità di gran parte del tessuto sociale.

A tal fine è imprescindibile l’obiettivo del mantenimento dei livelli occupazionali il più possibile vicini a quelli precrisi, peraltro già problematici”. È, inoltre, fondamentale l’estendibilità delle misure in relazione alla durata e dimensione del lockdown. “Senza queste caratteristiche, – si legge nel Rapporto – le misure saranno vane e prive di qualsiasi conseguenza sulla possibilità di ammortizzare i contraccolpi della ricaduta economica. A livello industriale – rileva l’analisi – si aprono una serie di minacce per la Sicurezza Nazionale. Il primo è l’inevitabile indebolimento competitivo di tutte le attività economiche.

Potrebbero risentirne, in particolare, quelle legate a energia, trasporti, acqua, salute, comunicazioni, media, ma anche i comparti in cui sono presenti le nostre multinazionali “tascabili” dove operano aziende sconosciute ai più ma che ancora difendono la bandiera dell’imprenditoria italiana nel settore dell‘intelligenza artificiale, della robotica, del packaging e delle macchine utensili, della difesa, delle biotecnologie. Queste ultime – avvertono i ricercatori – “diventano potenziali prede di interessi economici stranieri, da parte di potenze che possono approfittare di questa inevitabile debolezza”.

In tale contesto l’analisi suggerisce, dunque, “un blocco delle operazioni straordinarie sui settori strategici, innovando il golden power che prevede informative preventive da cui possono scaturiti precisi divieti. In questa fase, però, – affermano i ricercatori – sarebbe più opportuno vietare in ogni caso la vendita di quote degli asset strategici, individuandoli con precisione”.

Vi è, poi, il grande tema del ripensamento del modello di business per molti settori. Il rapporto cita il settore sanitario del nostro Paese – dove l’assenza di piattaforme mediche digitali non ha consentito la prestazione di servizi di diagnosi gratuita online per i cittadini, determinando sicuramente un incremento dei contagi – suggerendo l’attivazione di un servizio di telemedicina in grado di distinguere i pazienti sospetti Covid-19 da quelli affetti da comune raffreddore, nonché di alleviare la carenza di risorse mediche fisiche, ridurre i rischi di infezioni incrociate causate dal contatto umano e consentire ad un maggior numero di cittadini di apprezzare le cure mediche online.

Un profondo adattamento è richiesto senza dubbio al turismo e all’industria degli eventi, settori in cui la ridefinizione degli spazi richiederà ingenti investimenti che impatteranno negativamente sulla produttività. “Sono tutti costi aggiuntivi per il sistema imprenditoriale, che in questo stato di crisi difficilmente potranno essere sostenuti senza adeguati sussidi. Nell’uso delle risorse – sottolineano i ricercatori – si dovrà necessariamente prestare attenzione ai settori più colpiti, come il turismo, l’industria degli eventi, il commercio di prossimità non alimentare e soprattutto l’export”. Dall’analisi emerge, inoltre, la necessità di “predisporre le condizioni legislative e fiscali per incentivare il rientro delle sedi legali delle aziende e contrastare il potere di attrazione dei paradisi fiscali, a iniziare da quelli europei”; di “agevolare il reshoring”, ovvero il rientro delle attività industriali nazionali che sono state delocalizzate all’estero per diverse ragioni, prevedendo una contribuzione fino al 50% dei costi di reimpianto in patria di produzioni appartenenti a qualsiasi settore”.

Tra gli interventi suggeriti dal rapporto viene citata la semplificazione burocratica e normativa e il potenziamento delle competenze del Capitale Umano delle imprese attraverso una collaborazione tra Governo, sindacati e datori di lavoro nella costruzione di un ecosistema di apprendimento permanente ed efficace. Ulteriori misure riguardano la “territorializzazione della contrattazione” e, per limitare la riduzione dei posti di lavoro, un “più ampio ricorso a forme di diminuzione degli orari, senza eccessivi oneri aggiuntivi per le imprese, quali smaltimento delle ferie o utilizzo di congedi parentali per la cura dei minori”.

È inoltre essenziale – secondo i ricercatori – “l’attivazione massiccia e repentina di strumenti di integrazione al reddito da lavoro, a cominciare dalla Cassa Integrazione Guadagni, anche in deroga alle regole e il sostegno alla liquidità delle imprese”. Le soluzioni in campo –  conclude il rapporto – “saranno frutto di accordi (individuali o negoziati) tra imprese e lavoratori (secondo il modello tedesco di cogestione dell’impresa), ma è opportuno che queste siano incentivate da misure eccezionali di politica economica a sostegno del reddito dei lavoratori”.

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