Soldi e immigrati: ecco quanto ci costerebbe la chiusura di Schengen

L'addio a Schengen potrebbe costare all'Europa fino a 100 miliardi l'anno. E non solo

Si parla con sempre maggiore insistenza, e a volte estrema facilità, della possibile chiusura delle frontiere all’interno dell’Unione Europea, senza che si valuti concretamente cosa potrebbe accadere in termini economici e sociali in caso di addio al trattato di Schengen e conseguente ripristino delle frontiere stesse. Ebbene, l’Italia sarebbe uno dei Paesi chiamati a pagare il prezzo più caro, sia in termini strettamente exconomici che soprattutto sociali, visto che al pari di altri stati latini finirebbe per dover gestire in proprio il flusso di migranti.

100 MILIARDI L’ANNO – L’addio a Schengen potrebbe costare all’Europa fino a 100 miliardi l’anno. A calcolare i danni economici di un ripristino delle frontiere legato alla crisi-rifugiati è stato France Strategie, autorevole think-tank governativo francese: un intervento soft e ridotto nel tempo – spiega lo studio – avrebbe effetti relativamente “limitati” e colpirebbe soprattutto il turismo giornaliero e dei week-end (previsti in calo del 5 e del 2,5%), i lavoratori transfrontalieri e il trasporto merci. Se i controlli al confine durassero nel tempo, invece, le conseguenze rischiano di essere pesantissime: gli scambi commerciali all’interno dell’Unione calerebbero del 10-20%, un danno pari all’imposizione di una tassa del 3% su tutti i beni trasportati. Mandando in fumo – al netto dei mancati investimenti esteri – lo 0,8% del Pil continentale. Percentuale pari a 28 miliardi per la Germania, 13 per l’Italia, 10 per la Spagna e 6 per l’Olanda.

LOGISTICA – Non si sottovaluti l’impatto che potrebbero avere le conseguenze ‘logistiche’ sugli aspetti economici stessi; per fare un esempio, i pendolari sul ponte tra Danimarca e Svezia hanno allungato di circa 45 minuti il loro viaggio da quando Copenaghen ha ripristinato – costo circa 150mila euro al giorno – la verifica dei documenti. Quanto costano questi ‘imbuti’? Una coda di 10 minuti al confine per gli 1,7 milioni di transfrontalieri vale un buco da 1,2 miliardi in dodici mesi per l’economia europea. In Europa circolano 60 milioni di mezzi pesanti l’anno, in Germania ne entrano 54mila al giorno. E bloccarli ad ogni valico significherebbe ingolfare il motore della crescita continentale. Senza contare che il semplice riposizionamento di due agenti (il minimo sindacale) ad ognuno dei 3.100 posti di confine cancellati da Schengen, comporterebbe un onere di almeno 300 milioni. Ma a preoccupare davvero sono i danni potenziali causati da uno stop prolungato al Trattato di libera circolazione. A pagare il conto più salato, in questo caso, sarebbero i paesi più piccoli e più dipendenti dagli scambi interni all’Unione. Il 70% dell’economia della Slovacchia, per fare un esempio, dipende dai rapporti commerciali con gli altri paesi continentali. Merci che oggi viaggiano da uno Stato all’altro senza difficoltà e che nell’Europa prossima ventura – separata di nuovo dalle frontiere – aumenterebbero di molto tempi e costi di trasporto.

ITALIA E MIGRANTI – Il ritorno dei confini costerebbe moltissimo anche all’Italia. Nei primi undici mesi del 2015 il nostro paese ha esportato verso l’Unione beni per 208 miliardi, importandone per 197. Nel 2014 sono arrivati da noi 17 milioni di turisti Ue. Numeri destinati inevitabilmente a ridimensionarsi. Ma il problema vero per il Belpaese verrebbe dal flusso di migranti, giacchè se si chiudessero le frontiere – come peraltro chiede anche qualche autorevole esponente politico italiano – i Paesi del centro e nord Europa potrebbero farlo davvero, mentre chi è affacciato sul Mediterraneo (o è circondato dal mare come noi) avrebbe ben poche frontiere da chiudere, e a quel punto si troverebbe a gestire profughi e migranti in solitudine e senza più lo ‘sfogo’ del passaggio in altri stati europei.

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