Salario minimo, perché rischia di azzerare i benefici del taglio del cuneo fiscale

Il costo del salario minimo per le imprese annullerebbe i risparmi del cuneo fiscale, secondo uno studio

Il recupero del potere di acquisto dei lavoratori italiani, eroso da anni di crisi economica e da stipendi molto bassi, è uno dei principali obiettivi del governo Conte bis, annunciato fin dall’inizio della sua formazione. Non a caso, nel suo discorso per il voto di fiducia alla Camera, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte lo aveva sottolineato.

Il premier aveva annunciato: “Il nostro obiettivo prioritario è ridurre le tasse sul lavoro, il cosiddetto cuneo fiscale, a totale vantaggio dei lavoratori, e individuare una retribuzione giusta, il cosiddetto salario minimo, garantendo le tutele massime ai lavoratori anche attraverso l’efficacia erga omnes dei contratti collettivi siglati dai sindacati maggiormente rappresentativi”.

Un programma ambizioso e meritevole, ma molto difficile da realizzare a causa di alcune criticità di non poco conto. In primo luogo, le risorse che il Governo potrà destinare a queste riforme non sono sufficienti a produrre un effetto importante su una vasta platea di lavoratori. In secondo luogo si produrrebbe un conflitto tra le diverse misure.

Se il taglio del cuneo fiscale, infatti, farà risparmiare denaro alle imprese – anche se nelle intenzioni del Governo sembra rivolto soprattutto a beneficio esclusivo dei lavoratori – a loro volta le imprese dovranno sostenere i costi maggiori dovuti all’introduzione del salario minimo a 9 euro lordi all’ora.

Un problema che è stato evidenziato dall’Osservatorio sui Conti pubblici italiani (Ocpi), che ha calcolato gli effetti dell’introduzione di cuneo fiscale e salario minimo. Stando ai piani del governo, in base a quanto indicato nella nota di aggiornamento al Def, il taglio al cuneo fiscale ammonterebbe a 2,7 miliardi per il 2020 e il doppio, 5,4 miliardi, per il 2021.

Somme stanziate dallo Stato per ridurre il carico fiscale su imprese e lavoratori che tuttavia non sarebbero in grado di compensare i maggiori costi a carico delle imprese dovuti all’introduzione del salario minimo, che ammonterebbero a 3,2 miliardi di euro, secondo le stime dell’Istat. I conti sono presto fatti e il saldo sarà negativo per le imprese.

Questo è il quadro, al momento, sulla base dei dati attualmente disponibili. La situazione, tuttavia, potrebbe cambiare a seconda di come verranno tradotte in legge le misure annunciate dal Governo. Il taglio del cuneo fiscale dovrebbe essere introdotto con il disegno di legge collegato alla Manovra economica, mentre un altro disegno di legge, firmato dalla ministra del Lavoro Nunzia Cataflo del M5S, prevede il salario minimo a 9 euro.

Secondo l’analisi di Ocpi, poi, se il taglio al cuneo fiscale fosse applicato alle imprese che danno lavoro a 15,3 milioni di dipendenti, il beneficio ottenuto dalle aziende per ogni lavoratore sarebbe “attorno ai 163 euro per i sei mesi del 2020 e 327 euro annui nel 2021”. Un risparmio troppo basso, che verrebbe poi di fatto neutralizzato dai maggiori costi dovuti all’applicazione del salario minimo.

L’Italia è uno dei pochi Paesi europei che non ha un salario minimo e da anni ormai c’è un grosso problema di retribuzioni troppo basse. L’analisi Ocpi, tuttavia, evidenza che il salario minimo di 9 euro lordi all’ora sarebbe il più alto tra i Paesi dell’Ocse e propone, invece, un salario compreso tra i 5 e i 7 euro lordi orari più sostenibile per le imprese. Inoltre, un salario minimo troppo alto ridurrebbe il lavoro regolare da parte delle imprese e favorirebbe il lavoro nero.

L’altro aspetto problematico sollevato da Ocpi è che la proposta del salario minimo prevede un’applicazione omogenea su tutto il territorio nazionale, senza contare le differenze, in termini di costo della vita e produttività aziendale, tra Nord e Sud Italia. In questo modo si avrebbero retribuzioni minime troppo alte al Sud e troppo basse al Nord.

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