Roma: così la Raggi proverà a rinegoziare il debito

Il primo, durissimo impegno che attende la neo-sindaca di Roma Virginia Raggi è passivo pregresso dei conti pubblici della capitale, una spada di Damocle da quasi 12 miliardi di euro che rende impossibile ogni margine di manovra. Attaccare gli sprechi e le sacche di inefficienza, prima di pensare a qualsivoglia Olimpiadi, è l’impegno sbandierato dal Movimento 5 Stelle in campagna elettorale. Il primo passo, ha detto, sarà un audit per certificarne l’effettiva consistenza. Poi l’ingresso del Campidoglio nella gestione commissariale. Infine la ristrutturazione. Ma con quali possibilità di riuscita?

LA COLLABORAZIONE ISTITUZIONALE – Il rischio concreto è quello di una scarsa collaborazione fra istituzioni, condizionata dagli strascichi politici della campagna elettorale e non solo. Se da un lato i trasferimenti del Governo centrale alle metropoli sono stati fin qui vitali (e le ‘minacce’ del ministro Boschi sui 250 milioni che potrebbero essere negati a Torino in caso di vittoria della Appendino sono indicative in questo senso), dall’altro sarà necessario interfacciarsi con la Cassa Depositi e Prestiti per la rinegoziazione dei termini dei rimborsi.

Sul Fatto Quotidiano Fabio Amatucci, professore associato di Economia delle Aziende pubbliche all’Università del Sannio e ricercatore del Cergas Bocconi, esperto di strategie di finanziamento degli enti locali, sostiene che “ci sono gli spazi per ridiscutere le condizioni, sia quelle dei mutui contratti con la Cdp sia quelle dei prestiti bancari”. Quanto al fatto che la gestione del pregresso sia appannaggio del commissario straordinario nominato dal governo, “debiti e crediti fanno comunque capo al Comune” per cui “le politiche andranno comunque concordate”. Sempre che il clima sia quello della collaborazione istituzionale, della “lealtà” appunto. E i dubbi in questosenso non mancano fra i sospettosi membri del direttorio grillino.

I NUMERI – Sempre da Il Fatto Quotidiano è possibile estrapolare un po’ di numeri: sulla carta il primo cittadino si occupa solo del debito ordinario di Roma Capitale, pari a circa 1,2 miliardi. Dal 2008, quando era sindaco Gianni Alemanno, quelli pregressi sono invece separati da quelli dell’ordinaria amministrazione e gestiti da un commissario straordinario. Stando alla sua audizione del 5 aprile scorso alla commissione Bilancio della Camera, il debito finanziario ammonta a 8,76 miliardi.

La fetta più corposa è rappresentata da 1.686 mutui, di cui quasi 1.500 contratti con la Cassa depositi e prestiti, il gruppo controllato dal Tesoro che gestisce il risparmio postale degli italiani, e gli altri con istituti privati. Ci sono poi due contratti derivati sul tasso di interesse, il cui valore mark-to-market (quello che occorrerebbe pagare per chiuderli in anticipo) al 30 settembre 2015 era negativo per 32 milioni. Infine c’è il Buono ordinario comunale (Boc) emesso nel 2003, un’obbligazione con cedola annuale e rimborso del capitale alla scadenza – fissata al 2048 – per un valore di 1,4 miliardi. Al debito finanziario va sommato quello commerciale, che comprende le somme dovute alle ex municipalizzate come Atac e Ama, alla Regione e altri enti della pubblica amministrazione, a Equitalia. In tutto l’esposizione è di 3,2 miliardi.

Pagare interessi, cedole e rimborso del capitale costa alla Capitale 500 milioni l’anno, di cui 300 arrivano dallo Stato (vale a dire che pagano tutti i cittadini) e 200 sono frutto dell’addizionale Irpef versata dai romani, che è fissata allo 0,9%, il massimo consentito. Il tasto dolente è rappresentato dagli interessi: quest’anno la media si attesta al 4,2 per cento, un valore molto alto in quest’era di tassi base sotto lo zero. Il motivo è che l’82% del debito finanziario capitolino è a tasso fisso, con un costo medio del 5%, e solo il 17,4% a tasso variabile.

“C’è un divario molto significativo tra i tassi pagati attualmente dal Campidoglio, superiori al 4%, e quelli a cui gli enti locali in questa fase riescono a contrarre mutui: oggi si aggirano intorno all’1,5 per cento“, sottolinea Amatucci al Fatto. Secondo cui, di conseguenza, per Roma Capitale è possibile negoziare una ristrutturazione sia dei prestiti ricevuti dalla Cdp sia di quelli con le banche. Nella forma, si intende, di una limatura al ribasso dei tassi (per portarli a valori più vicini a quelli di mercato, appunto) o di allungamento del piano di ammortamento.

Per quanto riguarda l’ipotesi di una rinegoziazione con Cdp, la neo sindaca dovrebbe presentare richiesta a via Goito in modo unilaterale. Una prima assoluta, perché “in passato è sempre stata la Cassa a decidere di offrire agli enti locali la possibilità di rinegoziare prestiti concessi in passato, spalmando nel tempo la durata del finanziamento” in modo da ridurre la singola rata. Si tratta insomma di operazioni decise dal consiglio di amministrazione di Cdp con il benestare dell’azionista ministero dell’Economia e alle quali, con alcuni paletti, possono aderire tutti i sindaci e presidenti di Provincia. “Al di fuori di questa strada, risulta difficile per un singolo ente provare a negoziare. Ma può farsi promotore politicamente di una soluzione condivisa anche con altri enti”, chiarisce il docente. L’ente guidato da Fabio Gallia per ora tace e si limita a far sapere a ilfattoquotidiano.it che valuterà la richiesta se e quando la Raggi, dando seguito a quanto annunciato in campagna elettorale, la presenterà.

Nel caso Cdp non intenda aprire alla rinegoziazione, il Campidoglio potrebbe comunque estinguere in tutto o in parte i finanziamenti in essere “attraverso la surroga con un altro istituto di credito”, che subentrerebbe come creditore. Quanto alle banche commerciali, anche in quel caso si può ipotizzare un accordo per ridurre gli interessi, allungare i tempi di rientro e contenere la rata annuale. Infine il debito commerciale: “Anche in questo caso si può fare una ricognizione globale del debito con i fornitori, verificando se alcuni sono riuniti in consorzio, e cercare di ottenere una riduzione degli interessi a fronte di un pagamento in tempi più brevi. Diverse Regioni lo fanno abitualmente con le forniture del settore sanitario“.

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