Riecco l’incubo Spread: torna a quota 200

I rischi per un'economia, già fragile, come la nostra: perchè ci fa paura quando torna a salire?

Si scrive spread, si legge incubo. Il termine significa “divario” e indica appunto la differenza tra il rendimento dei titoli di stato italiani a 10 anni (i BTP) e gli equivalenti titoli pubblici tedeschi.

Da diverso tempo, il termine spread, prima conosciuto solo agli addetti ai lavori, è entrato a far parte, con una certa regolarità, del lessico quotidiano degli italiani specie di quanti seguono da vicino e con interesse le tribolate vicende economiche e politiche del nostro Paese.

Ma facciamo un passo indietro: era novembre 2011 quando in Italia raggiunse la quota record di 574 punti costringendo il Presidente del Consiglio che all’epoca rispondeva al nome di Silvio Berlusconi a recarsi dal presidente della Repubblica Napolitano per rassegnare le dimissioni che subito dopo conferì il mandato a Mario Monti.
Ma senza bisogno di tornare troppo indietro nel tempo, ci giungono in soccorso anche vicende più recenti. Salvini docet.

“Se servirà infrangere alcuni limiti del 3 per cento o del 130-140 per cento, tiriamo dritti”, aveva detto qualche tempo il Ministro dell’Interno, minacciando uno sforamento dei parametri europei sui conti pubblici. Neanche il tempo di finire la frase e sfidare (ancora) l’UE che lo spread aveva superato i 290 punti base.

Vien da sè che stiamo parlando di un indicatore importante, che fa da ago della bilancia proprio perché considerato termometro dello stato di salute del Paese.

In pratica, se il sistema è considerato solido i titoli sono meno rischiosi per gli operatori finanziari e di conseguenza offrono rendimenti più bassi agli investitori. Se lo spread aumenta, invece, aumentano i tassi di interesse e questo comporta che lo Stato è costretto a spendere cifre più alte per finanziare il proprio debito pubblico. In parole povere, lo Stato è costretto a pagare gli interessi a chi ha acquistato BTP provocando un pericoloso effetto domino che è difficile disinnescare.

L’equazione è piuttosto semplice: se sale lo spread sale la spesa per gli interessi, dunque, si riduce il bottino – già esiguo – di risorse a disposizione dello Stato.

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