Referendum costituzionale: c’è la data. Ecco cosa decideremo

Il referendum costituzionale rimane una questione un po' astratta per la maggioranza dei cittadini. Tanto che già oggi sull'argomento si trovano notizie contrastanti e contraddittorie

Il Consiglio dei ministri ha approvato la data del referendum costituzionale. Il giorno prescelto, proposto dal premier Renzi e su cui il governo ha dato il suo via libera, è domenica 4 dicembre.

“Si vota il 4 dicembre. Per cambiare la Costituzione, per cambiare il Paese #bastaunsi #referendum”, scrive su Twitter Ettore Rosato, capogruppo Pd alla Camera.

“Il capo ha deciso 4 dicembre. Se poteva portava referendum a Natale. Ma due mesi in più di propaganda non cambiano esito. Tanto vince il No”, così Arturo Scotto, deputato capogruppo di Sinistra italiana, gruppo che contestava da giorni la data di dicembre perchè ridurrebbe l’affluenza e farebbe recuperare gli avversari del Sì.

Il referendum costituzionale rappresenta un punto di svolta non solo per lo Stato ma, anche per i suoi cittadini. Difatti, un cittadino italiano deve tenersi ben informato sulla questione centrale del referendum e su ciò che il referendum, invece, non tocca. Innanzitutto bisogna dire che il referendum non necessità di un quorum, poiché è di tipo confermativo. Indipendentemente dal risultato, il Senato non verrà abolito. Al massimo potrebbe essere ridotto il numero di senatori. L’idea secondo cui con un referendum si potrebbe abolire una struttura del genere è, ovviamente, falsa. Come è falsa anche la tesi secondo cui con la riforma promossa dal referendum confermativo, le leggi verranno fatte in modo più veloce. Ci vorrà sempre una complessa procedura di conferme, proposte, approvazioni e modifiche, con circa una buona decina di modalità possibili per approvare una legge. Il tutto coesisterà, quindi, con una serie di conflitti tra la Camera e il Senato.

Come prima, la procedura richiederà diverso tempo. Un’altra tesi, secondo cui il Senato riformato potrebbe azzerare i costi della politica, è falsa anch’essa. La riforma prevede l’eliminazione delle spese per le funzioni legate al ruolo di senatore ma, mantiene comunque tutte le spese di trasferimento e tutti i rimborsi. Si calcola che il risparmio previsto sia di circa 1/5 rispetto ai costi attuali, e non del 50% o del 100% come vorrebbero far credere taluni. Per diminuire sostanzialmente i costi della politica, si sarebbe potuto promuovere una riforma che avrebbe dimezzato il numero dei deputati e dei senatori, riducendone le spese legate ai rimborsi ed ai trasferimenti. Vi è un’altra tesi a proposito di questo referendum confermativo, stando alla quale il Senato non influisca sul bilancio democratico. Qualora il referendum venisse associato alla legge ” Italicum ” (questa conferisce al partito vincente ben 340 seggi), si avrebbe una situazione in cui il potere si accentrerebbe fin troppo nelle mani del Premier.

Anche per quanto concerne le elezioni in “seduta comune” (quella, cioè, svolta insieme ai senatori, per nominare, per esempio, il Presidente della Repubblica), il Premier si ritroverebbe con poteri di molto aumentati rispetto al suo status precedente. Avvalendosi del potere della maggioranza, il Premier avrà anche più possibilità per quanto riguarda i giudici scelti nel corpo della Consulta. Per esempio, la maggioranza potrebbe nominarne ben 3. Altri 5 li sceglierebbe il Presidente della Repubblica, a sua volta espresso dalla maggioranza governativa. Infine, 2 giudici li potrebbe esprimere il Senato. In tal modo, sui 15 del totale, ben 10 giudici potrebbero essere scelti dalla sola maggioranza di governo. È in parte falsa anche l’idea secondo cui il referendum confermativo promuoverebbe una maggiore stabilità. Difatti, la stabilità ci sarebbe solo se alla Camera la maggioranza l’avrebbe lo stesso gruppo che controlla più seggi al Senato. Se, però, un gruppo di destra avesse la maggioranza al Senato, e un partito di Sinistra avesse la maggioranza alla Camera, si creerebbe una situazione di conflitto tra la Camera e il Senato da cui sarebbe difficile uscire.

Vi è anche la tesi secondo cui la riforma del Senato rispecchi il Bundesrat . Anche questa è sbagliata. Questo poiché i senatori della Germania svolgono la funzione di rappresentanza della loro regione di appartenenza, tanto da bilanciare il potere centrale con le loro funzioni di rappresentanza locale. In Italia, invece, i senatori non sarebbero in alcun modo vincolati alle regioni di provenienza. L’unico vincolo riguarderebbe le loro vedute di origine partitica. Lo stesso concetto vale anche per l’idea, secondo cui la riforma prevede la rappresentazione locale, aumentando così l’autonomia alle regioni. La riforma Boschi riduce, anziché aumentare, i poteri legislativi conferiti alle regioni e ne diminuisce, anche in modo notevole, l’autonomia. Inoltre, il testo della riforma non può che aumentare i conflitti tra lo Stato centrale e le Regioni. Esiste anche la tesi, secondo cui la Costituzione dello Stato Italiano sarebbe uguale da più di 70 anni e necessiterebbe di cambiamenti. Ed è falsa anch’essa.

Difatti, dal ’48 e fino ai giorni nostri la Costituzione ha subito varie modifiche negli ambiti più disparati, partendo dalle questioni davvero importanti come l’abolizione della pena di morte, fino a quelle di minor peso sociale. Fa abbastanza sorridere anche l’idea secondo cui, qualora vincessero i No, Renzi si dimetterebbe.
Difatti il referendum non tratta direttamente in alcun modo il ruolo del Premier, e nessuno può obbligarlo a dimettersi. Si tratta, quindi, di una provocazione politica che come scopo unico ha il ricatto. Anche qualora il Premier decidesse di dimettersi, l’incarico potrebbe essere occupato da un’altra persona. Non vi è nessuna possibilità di caos qualora vincessero i No. E per finire in bellezza, si deve smontare la tesi secondo la quale il referendum rappresenti la scelta tra l’Italia del futuro e l’Italia del passato. Il referendum di carattere confermativo è soltanto la possibilità di esprimere il proprio pensiero sulla Costituzione attuale, vedendola come non necessitante di modifiche, oppure intendendola come peggiore rispetto ai tanti cambiamenti proposti.

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