Recovery Fund, scontro tra i “4 frugali” e l’asse franco-tedesco. Quale compromesso?

I "4 frugali", Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia, hanno inviato un non-paper con la loro proposta alle capitali Ue e a Bruxelles. Ecco di cosa si tratta

A pochi giorni dalla presentazione dell’annunciato piano di ripresa della Commissione europea, rinviata al prossimo 27 maggio, in Europa continua il dibattito sul Recovery Fund. Dopo averla anticipata nei giorni scorsi, questa mattina i “4 frugali” – Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia – hanno inviato un non-paper con la loro proposta alle capitali Ue e a Bruxelles. Un contropiano in risposta all’accordo raggiunto dall’asse franco-tedesco.

IL CONTROPIANO DEI “FRUGAL FOUR”

Il Recovery Fund – si legge nel documento inviato dai “4 frugali” – “non deve portare ad alcuna mutualizazzione del debito“, ma limitarsi a “prestiti a condizioni favorevoli a beneficio degli Stati membri in stato di necessità” in cambio di “un forte impegno a riforme e al quadro di regole fiscali”.

“Non possiamo dare il nostro accordo – affermano Austria, Olanda, Danimarca e Svezia – a nessuno strumento o misura che porti alla mutualizzazione del debito o a un aumento significativo del bilancio Ue. Il nostro obiettivo è fornire finanziamenti temporanei attraverso il quadro finanziario pluriennale e offrire prestiti favorevoli a chi è stato più gravemente colpito dalla crisi”. Nel dettaglio i 4 frugali propongono di istituire un “Emergency Recovery Fund” della durata limitata a due anni.

Nel documenti i 4 Paesi spiegano che tale Fondo “non deve portare a alcuna mutualizzazione del debito”, ma “fornire “prestiti a condizioni favorevoli a beneficio degli Stati membri in stato di necessità, limitando al contempo il rischio di tutti gli Stati membri e fornendo incentivi sani”. L’obiettivo è creare un “sostegno alla ripresa” che assicuri a tutti gli Stati membri siano meglio preparati per la prossima crisi. In questo contesto – si legge nel non-paper – “un forte impegno alle riforme e al quadro di regole fiscali è essenziale per promuovere la crescita potenziale”.

I 4 frugali insistono anche per il rispetto dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali e la lotta alle frodi con fondi Ue. Per i 4 Paesi le risorse del Recovery Fund (qui la road map per capire quando arriveranno) dovrebbero essere destinate alle “attività che contribuiscono di più alla ripresa” come la ricerca e l’innovazione, il rafforzamento del settore sanitario, la transizione verde, l’agenda digitale.

Quanto al bilancio 2021-2027 (il quadro finanziario pluriennale), Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia, insistono per mantenere il tetto per le spese vicino al 1% del Pil europeo e ottenere uno sconto. Tali Paesi ritengono che la spesa legata al Covid-19 possa “essere realizzata attraverso risparmi” nel bilancio Ue cambiando priorità “in settori che è meno probabile che contribuiscano alla ripresa”.

LA PROPOSTA FRANCO TEDESCA

La proposta franco-tedesca prevede, invece, un Fondo di rilancio dell’economia europea, basato sull’emissione di debito comune da parte della Commissione per 500 miliardi di euro. La cifra di 500 miliardi di euro, se alla fine sarà accettata da tutti i Ventisette, aumenterebbe considerevolmente la potenza di questo strumento, l’emissione di debito da parte della Commissione, che in una bozza precedente si fermava a 320 miliardi di euro.

La proposta franco-tedesca puntualizza che l’intero ammontare indicato dovrà essere attribuito ai paesi membri più colpiti economicamente dalla crisi del Covid-19 interamente come “spesa del bilancio Ue”, ovvero come sovvenzioni, e non come prestiti. Questa è sempre stata la posizione della Francia, oltre che dei paesi del Sud (Italia, Spagna e Portogallo) rappresenta, invece, una novità il fatto che la Germania si sia schierata su questo fronte.

Se la Commissione Ue aveva sempre parlato di un mix di prestiti e sovvenzioni, facendo capire che per la maggior parte si sarebbe comunque trattato di prestiti, per quanto a lunghissima scadenza e con bassissimi tassi d’interesse, l’Esecutivo comunitario deve tenere conto delle diverse posizioni degli Stati membri, per cercare un equilibrio che possa convincerli tutti ad appoggiare una proposta di compromesso. 

Nella difficile mediazione che dovrà fare la Commissione sarà, dunque, probabilmente necessario abbassare il livello di ambizione rispetto alla proposta franco-tedesca, per convincere i paesi “frugali”. L’appoggio della Germania alla proposta francese, tuttavia, potrebbe richiedere un prezzo da pagare. Nella proposta franco-tedesca, parlando del “Recovery Fund” si afferma che questo sostegno alla ripresa “sarà basato su un chiaro impegno degli Stati membri a perseguire delle politiche economiche sane e un’ambiziosa agenda di riforme”.

Parole che fanno tornare in mente il linguaggio dell’austerità usato negli anni della crisi del debito sovrano dell’Eurozona, quando le “riforme strutturali”, imposte da Bruxelles per aumentare la competitività dell’economia, hanno portato a forti riduzioni della spesa pubblica e delle tutele sul mercato del lavoro in molti paesi membri.

Resta, infatti, da chiarire se nel monitorare come verranno impiegate dagli Stati membri beneficiari le risorse del Fondo per la ripresa, la Commissione e l’Ecofin si limiteranno a verificare che siano rispettati gli obiettivi di spesa indicati nei piani nazionali, o se saranno imposti agli Stati obblighi aggiuntivi.

I RISCHI DI UN POSSIBILE COMPROMESSO

“Sarebbe stato meglio, in un sistema dove solo la moneta unica crea un minimo di coesione di valori, agire attraverso la Bce, non solo per la sua migliore capacità di sintetizzare il valore della sopravvivenza dell’Unione Monetaria ma anche per una maggiore coerenza e risultati ottenuti negli anni”. Questo il parere di Nunzio Bevilacqua giurista d’impresa ed esperto economico internazionale.

“Il Recovery fund in mano agli Stati – spiega Bevilacqua – potrebbe, infatti, prestare il fianco a distorsioni su molteplici fronti: dal concetto di “solidarietà educativo-punitiva” dei “Paesi frugali”, arrivando a quella, più costituzionalmente orientata, familiaristico-infortunistica dei Paesi Mediterranei passando per una di tipo dirigistico-paternalista di stampo franco-tedesco”.

In questo scenario per l’esperto “la migliore soluzione sarebbe un equilibrato compromesso tra sussidi, per le categorie produttive talmente danneggiate da non poter accedere neanche ad un sistema di credito agevolato, e prestiti mirati a lungo termine adattati alle varie categorie merceologiche e geografiche.

La presa di posizione dei ‘Paesi frugali’ che rifuggono il concetto di ‘grants’ – continua Bevilacqua – fa parte di una politica probabilmente unitaria con l’asse franco-tedesco. Le due posizioni, solo apparentemente distanti, rischiano di sintetizzarsi in un combinato tra minori fondi perduti proposti dai due ultimi Paesi con una componente preponderante di prestiti il tutto con un correttivo di ‘condizioni’ imposte ai Paesi che vorranno accedervi che potrebbero condizionare le future scelte politiche oltre che finanziarie attuali”.

Il rischio – conclude l’esperto – “è che, attraverso un sofisticato gioco di specchi, rientrino dalla finestra, le tanto odiate linee di comportamento di un Mes reso, con disposizioni giuridicamente almeno discutibili, almeno in un primo momento ‘light'”.

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