Recovery Fund nelle sabbie mobili, Polonia e Ungheria non mollano

Il veto sulla clausola dello stato di diritto blocca l'erogazione delle risorse ma i due Premier non sembrano intenzionati a fare marcia indietro e propongono un "doppio binario"

Un tesoretto “monstre”, pari complessivamente a circa 1.800 miliardi, che rischia di dover restare in panchina ancora per un po’, se nel Consiglio europeo, in programma il prossimo 18 dicembre i capi di Stato e di Governo non riusciranno a trovare la quadra per uscire dalle sabbie mobili in cui è finito per colpa del veto imposto da Polonia e Ungheria.

Il nodo da sciogliere riguarda il rispetto dello stato di diritto: i due Paesi, infatti, non accettano che l’erogazione dei fondi sia subordinata a  quello che è un principio fondante dell’Europa. In concreto, Il meccanismo prevede che se uno degli Stati membri violi i principi base condivisi, si possa decretare la sospensione degli aiuti con voto a maggioranza, mentre i due paesi chiedono l’unanimità.

Nelle scorse ore, i due premier hanno dichiarato congiuntamente che non hanno alcuna intenzione di mollare.  Mateusz Morawiecki e Viktor Orban hanno proposto di “facilitare la veloce adozione del pacchetto finanziario” che comprende Bilancio europeo e Recovery fund, “stabilendo un processo a due binari”.

Ovvero: da un lato “limitando il campo di applicazione di qualsiasi condizionalità aggiuntiva di bilancio alla protezione degli interessi finanziari dell’Ue, secondo le conclusioni di luglio”, e dall’altro hanno chiesto di parlare, al Consiglio europeo, della possibilità “di stabilire un collegamento tra stato di diritto e interessi finanziari dell’Ue”. Il primo ministro polacco, si è detto “preoccupato” per le sorti dell’Unione europea. “Non vogliamo che l’Ue si allontani dal suo corso”, ha detto Morawiecki, sottolineando che i Paesi hanno “27 ordinamenti giuridici e questa diversità deve essere rispettata e apprezzata”.

La sensazione è che si andrà per le lunghe. Come confermano anche le dichiarazioni del premier ungherese Viktor Orban che intervistato dal settimanale tedesco Die Zeit, ha spiegato che stato di diritto e fondi europei devono essere slegati. “Se una cosa è complicata bisogna ritornare alla prospettiva più semplice, bisogna chiarire chi voglia cosa. I paesi finiti in emergenza finanziaria vogliono i soldi velocemente, diamo loro i soldi. Altri paesi vogliono nuove regole sullo stato di diritto. Bene, discutiamone. La prima cosa va fatta subito. La seconda è un po’ meno urgente”.

Almeno al momento non sembrano aver centrato il bersaglio le parole pronunciate pochi giorni fa dalla Presidente della Commissione UE von der Leyen che aveva inviato un messaggio piuttosto chiaro: “A luglio i capi di Stato e di governo si erano accordati su un meccanismo di condizionalità” legato al bilancio Ue”,  ha ricordato la presidente.

Ma “ora due Stati membri hanno espresso dubbi“. La condizionalità riguarda “casi di violazioni del principio dello stato di diritto che potrebbero compromettere il bilancio dell’Ue. È corretto, necessario, proporzionale ed è difficile immaginare che in Europa qualcuno possa aver qualcosa da ridire. Ma se avviene, esiste una semplice via: si può ricorrere alla Corte di giustizia europea”, “sede in cui si sciolgono i dubbi sui testi giuridici. Non possiamo lasciare che milioni di cittadine e cittadini che hanno urgente bisogno di aiuti non abbiamo risposta“, “anche in Polonia e Ungheria”.

 

 

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