Recovery Fund, fuga dai prestiti: e l’Italia che fa?

Solo 4 Paesi fino ad oggi almeno sono intenzionati a chiederli, vediamo chi sono

Correre, correre. E, poi? Ancora correre. Vietate, ovviamente, battute d’arresto. Entra nel vivo l’azione del Governo a guida Draghi per mettere a punto il Recovery Plan, che dovrà essere presentato entro fine aprile quando ci sarà “una fase molto rapida e concitata”.

L’espressione è stata usata dal Ministro dell’Economia Franco pochi giorni fa in audizione davanti alle Commissioni congiunte Bilancio, Finanze e Politiche UE di Camera e Senato nel sottolineare che il Recovery Plan “rappresenta certamente una priorità per il Governo, per il Paese e ovviamente per il MEF”. “Abbiamo davanti a noi – ha aggiunto – un percorso molto intenso e su questo dobbiamo interagire strettamente”.

Il successore di Gualtieri ha parlato di “occasione unica” che può “contribuire ad accrescere il nostro potenziale di sviluppo”. Per farlo, ha messo in guardia Franco,  il piano italiano deve muovere “lungo le direttrici indicate dalla Commissione UE, digitalizzazione, transizione ecologica, inclusione sociale”, dopo aver indicato come “cogenti” le quote rilevanti di investimenti da compiere nel digitale e nella transizione ecologica.

Intanto, sembrano far gola ovviamente i sussidi, decisamente meno i prestiti. Il tesoretto monstre, ricordiamolo, è infatti diviso tra sussidi (390 miliardi), finanziati attraverso meccanismi comuni e prestiti (360), che invece i singoli paesi dovranno ripagare direttamente come fanno con i propri titoli di stato.

Stando a quanto riferito dal vicepresidente della Commissione UE Dombrovskis sarebbero, al momento, solo quattro, almeno fino a poco tempo fa, i paesi intenzionati a richiedere i prestiti del Recovery Fund: Grecia, Ungheria, Slovenia e Italia che come comunicato da Franco avrà a disposizionecirca 196 miliardi a prezzi correnti, 69 sotto forma trasferimenti, 127 sotto forma prestiti”.

Il nostro Paese ha di recente confermato che usufruirà dei prestiti, ma non è affatto escluso che anche altri Paesi potrebbero ripensarci vista l’ intenzione della Commissione di non ri-attivare il Patto di Stabilità prima del 2023. Insomma, dopo gli anni dell’austerity, ci voleva una pandemia per cambiare radicalmente la politica economica della nuova Europa che sembra aver davvero scelto l’unione come leva di rilancio e ripresa. 

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