Rai, un investimento “kolossal” che dorme da sedici anni

Si intitola "Roma Imago Urbis". Un'opera costata alla tv pubblica 3 milioni di euro e mai andata in onda. Ma davvero la cultura non fa audience?

Premessa: stiamo per affrontare un tema delicato, soprattutto in questo periodo. Tra pochi giorni scade il termine per rinnovare il canone Rai, una “tassa” che da sempre ha suscitato polemiche. Soprattutto da quando il duopolio televisivo pubblico-privato ha posto l’alternativa – vera o presunta – tra tv commerciale e tv “di contenuto”, culturale ed educativa. Tutte qualità, queste ultime, che secondo molti dovrebbero essere proprie del servizio pubblico, pagato (anche) con i soldi dei cittadini (mentre la tv privata sarebbe “autorizzata” a fare una programmazione “facile” perché più dipendente dall’audience e dagli investimenti pubblicitari).

Comunque la si pensi, dovrebbe essere evidente a tutti – a portata di telecomando, si potrebbe dire – che la situazione reale è molto più complessa. La questione della qualità televisiva, sia pubblica che privata, è decisamente aperta. Ma su una cosa la Rai è “svantaggiata”: oltre che della qualità dei contenuti deve anche rispondere dell’uso del denaro che le giunge del canone.

E’ legittimo dunque chiedere giustizia per un kolossal storico acquistato 16 anni fa da viale Mazzini, costato (in lire) l’equivalente di 3 milioni di euro, e mai mandato in onda. Meno legittimo, forse, se a rispolverare la questione alla viglia della scadenza del pagamento del canone è Il Giornale, un quotidiano non esattamente super partes su questo argomento.

Un tesoro nascosto in viale Mazzini
La questione in realtà era stata sollevata il mese scorso da Carlo Lizzani, uno dei grandi vecchi del cinema italiano. Il suo è un appello per “Roma Imago Urbis“, una produzione cinematografica di grande pregio misteriosamente scomparsa. “Si tratta – spiega il regista (che in questo caso ha fatto solo da consulente cinematografico) – di un’autentica enciclopedia sulla civiltà di Roma antica, un kolossal colto, diretto da Luigi Bazzoni, composto da 15 documentari girati in 24 paesi e tre continenti”. L’opera era stata supervisionata da “un comitato scientifico composto da dodici accademici dei Lincei diretto dal compianto Giulio Carlo Argan. E la Rai ha partecipato all’impresa, comprando i diritti d’antenna nel ’94 per l’equivalente di 3 milioni di euro di oggi: ebbene, sono passati ormai quindici anni e Roma Imago Urbis non è stata mai trasmessa”.

Al film hanno lavorato nomi del calibro di Vittorio Storaro per la fotografia, Ennio Morricone per le musiche e l’architetto Paolo Portoghesi, che ha fatto da consulente al progetto. Ma per vederlo è necessario recarsi al Metropolitan Museum of Art di New York, Sezione di arte romana. La Rai invece continua a tenerlo inspiegabilmente chiuso in un cassetto.

Ma la cultura rende?
Ma non è questa la sede per un dibattito sul valore artistico dell’opera. Restano però le considerazioni di ordine economico. In particolare una: come giustificare agli abbonati quei 3 milioni di euro che rischiano di andare definitivamente sprecati? Si dirà che anche la Rai ormai deve sottostare alle regole di mercato. E qui il dibattito si allarga: ma è proprio vero che la cultura non fa audience? Eppure, ricorda lo stesso Lizzani, “la Rai fa ascolti con rubriche come ‘La storia siamo noi‘”.

E’ anche per questo che l’ottantasettenne regista lancia un appello ai dirigenti Rai, esprimendo sorpresa e delusione: “Signori, mandate finalmente in onda Roma Imago Urbis». (A.D.M.)

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