Economista propone patrimoniale su scala mondiale e conquista i liberisti Usa

Lo strano caso dell'economista francese Thomas Piketty e del suo libro, il più scaricato da Amazon

E’ possibile citare Marx e proporre niente meno che una "tassa patrimoniale su scala mondiale" ed avere l’interesse dei tradizionalmente liberisti circoli economici americani? Evidentemente sì, almeno per Thomas Piketty, l’economista francese il cui bestseller "Capital in the Twenty-First Century" – un tomo da quasi 700 pagine sul futuro delle ineguaglianze – sta incredibilmente avendo un grande successo, scalando le classifiche di Amazon dove ora è al numero uno. Il New York magazine l’ha soprannominato "l’economista rock star", premi Nobel del calibro di Krugman hanno scritto che potrebbe essere il libro del decennio e in materia economica.
 
LA TESI – Docente a Parigi e già consulente economico di Ségolène Royal (ma tutt’altro che considerato dall’attuale Presidente François Hollande), Piketty ha anche attirato l’interesse dei piani alti a Washington. È stato infatti invitato dal Segretario di Stato Jack Lew e ha tenuto incontri con il Consiglio dei consulenti economici della Casa Bianca e il FMI. Col suo ultimo lavoro Piketty si concentra sul patrimonio, piuttosto che sul reddito come aveva fatto in precedenza. Il nuovo libro sembra poter offrire ai liberali una cornice coerente per giustificare il loro disagio nei confronti dell’oggettivo divario di benessere esistente al mondo. Servendosi di dati e statistiche che vanno dal 18esimo secolo ai nostri tempi, il professore francese sottolinea che con il rallentamento dell’economia, il reddito generato dal benessere fa un balzo enorme, rispetto a quello generato dal lavoro. E questo è il principale fattore che provoca un ampliamento delle ineguaglianze e del gap socio-economico tra ricchi e meno fortunati.
 
IL CAPITALISMO DEGLI ALBORI – L’autore offre una lettura approfondita del mondo economico contemporaneo, e lo fa attraverso un’interpretazione della faccia assunta attualmente, a suo parere, dal capitalismo, di cui egli ripercorre anche l’evoluzione storica. Semplificando un po’ il discorso di Piketty, si può dire che il capitalismo sta ritornando agli albori, al periodo a cavallo fra fine Settecento e inizio Ottocento, cioè ad uno stato di cose ove l’accumulazione della rendita e del capitale è in mano a una percentuale infima di popolazione e non genera, in proporzione, produzione e ricchezza per tutti. Le diseguaglianze aumentano pertanto visibilmente e si erode, in conseguenza, quel vero e proprio asse portante delle nostre società che è la classe media. È questo un fenomeno, per Piketty, non solo occidentale ma globale. E il volume non rinuncia a dimostrarlo con una mole impressionante di dati empirici. Oggi, secondo Piketty, siamo tornati a un’era in cui non vale la pena lavorare: per arricchirsi, l’unica è ereditare.
 
LE SOLUZIONI – Per riequilibrare il possesso della ricchezza, Piketty ricorre ad una ricetta classicamente keynesiana: una tassazione tesa alla redistribuzione che colpisca i grandi patrimoni e le ricchezze accumulate. Prevedibile che i liberisti faranno osservare che la ricchezza non nasce dal nulla bensì dalla capacità inventiva e creativa che certi uomini hanno avuto e che, in definitiva, ha fatto arricchire e progredire la società intera. Tuttavia è innegabile che proprio negli ambienti liberisti il volume è studiato con massima attenzione, ed il dibattito è ampio.
 
LE REAZIONI – Secondo il New York Times "il libro mina le nostre solide idee sulla bontà del capitalismo avanzato e prevede un netto aumento della disuguaglianza della ricchezza nei paesi industrializzati, con conseguenze deleterie e profonde per la democrazia e i suoi valori di giustizia e equità. Si tratta di un ampio tentativo di capire la società occidentale e le regole economiche che le reggono. E nel processo demolisce l’idea che la ricchezza fa bene a tutti (la cosiddetta teoria Trickle-down, per cui la ricchezza dei più ricchi, in qualche modo si distribuisce a tutti)". Le tesi del 42enne economista francese stanno avendo, come detto, un enorme successo nel mondo anglosassone. Dopo i britannici Financial Times e Economist, Piketty domina il dibattito e le copertine di New Yorker, Nation, New Republic, New York Review of Books, viene criticato dal Wall Street Journal ma incensato dai premi Nobel Paul Krugman e Joseph Stiglitz. Sul New York Times, giovedì, si è celebrato il "Piketty day" (come lo ha definito lo stesso Krugman con il suo editoriale intitolato "The Piketty Panic") e il commento dell’altra grande firma, David Brooks, che in "The Piketty Phenomenon" arriva a evocare (con ironia) la Beatlemania.

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