Covid, il “business” del plasma: bufera sul senatore Pd

Si parla di un business da milioni di euro per produrre plasma. Al centro, l'azienda Kedrion della famiglia Marcucci: la denuncia de "Le Iene"

Nelle scorse settimane, i buoni risultati registratisi su diversi pazienti affetti da coronavirus trattati con il plasma iperimmune di convalescenti ha acceso una speranza nella comunità scientifica. La terapia, pur non ancora consolidata, ha visto negli ospedali di Pavia e Mantova i capofila in Occidente, mentre il ministero della Salute, insieme ad Aifa e all’Istituto Superiore di Sanità, ha fatto partire una sperimentazione nazionale, il cosiddetto “progetto Tsunami”.

Plasma iperimmune, caratteristiche

Tra le caratteristiche dell’utilizzo del plasma iperimmune, ha spiegato negli scorsi giorni Giuseppe De Donno, direttore della Pneumologia e dell’Unità di Terapia intensiva respiratoria all’ospedale Carlo Poma di Mantova, c’è anche la sua relativa economicità rispetto ad altre terapie. Proprio sull’argomento, era scoppiata anche una polemica con al centro il virologo Roberto Burioni, che aveva cercato di frenare gli entusiasmi e aveva parlato di possibili effetti collaterali. Ma a complicare la questione, sono emerse nelle ultime ore delle novità che potrebbero far pensare che quello del plasma iperimmune stia in realtà diventando un vero e proprio business. 

Da terapia economica a business?

Ad occuparsi della vicenda sono state Le Iene, che hanno inizialmente fatto notare come l’ospedale di Mantova fosse stato inspiegabilmente escluso dalla sperimentazione del ministero della Salute, promossa in collaborazione con l’ospedale di Pavia e l’università di Pisa. Quest’ultima, in particolare, ha avuto all’attivo soltanto due casi di pazienti sottoposti a quella terapia. Dopo le polemiche seguite al servizio, anche l’ospedale di Mantova è entrato a far parte della sperimentazione. Ma ad aggiungere un pezzo a questo puzzle è stato il recente intervento durante un’audizione in Senato sull’argomento, a cui ha partecipato anche De Donno, del presidente di Kedrion Biopharma, Paolo Marcucci, che pure non era stato ufficialmente invitato. 

Il caso di Kedrion della famiglia Marcucci

Marcucci, che ha illustrato un imponente progetto farmaceutico legato all’utilizzo del plasma iperimmune contro il Covid-19, è stato introdotto dal presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi. Kedrion, la cui sede centrale è in Toscana, è una multinazionale farmaceutica diffusa in tutto il mondo, e in passato, riferiscono Le Iene, avrebbe già collaborato con l’università di Pisa, finanziandone alcuni progetti.

L’azienda, come ha rivelato la stampa nelle ore successive all’audizione, è peraltro di proprietà della famiglia di Marcucci, e Paolo Marcucci è fratello di Andrea, capogruppo del Partito Democratico al Senato, che è anche nel consiglio di amministrazione dell’azienda. Interpellata da alcuni giornali, la Kedrion ha respinto qualsiasi accusa di conflitto di interessi, sottolineando che “nessun supporto politico è richiesto per lo sviluppo di questo importante progetto”.

Quanto potrebbe fruttare il progetto di Kedrion

Un progetto che, affermano Le Iene, potrebbe fruttare milioni di euro. In effetti, nel suo intervento Marcucci ha spiegato i tre elementi su cui si fonda il piano. “Il primo: l’industria ha risposto all’appello lanciato dagli ospedali fornendo gratuitamente la strumentazione e i kit necessari per l’inattivazione virale”. Quindi, “Kedrion intende mettere a disposizione il proprio stabilimento di Napoli Sant’Antimo per inattivare il plasma delle regioni e restituirlo come plasma industriale”. E ancora: “Il terzo elemento è un passaggio a una fase industriale più avanzata, che è l’utilizzo delle gammaglobuline iperimmuni. Kedrion ha siglato una partnership con Kamada, che è una eccellenza israeliana delle biotecnologie. L’idea è quella di renderle disponibili in termini farmaceutici”. In pratica, il progetto è quello di produrre un farmaco a partire dal plasma iperimmune, che per legge può essere messo a disposizione da parte dei donatori solo a titolo gratuito. 

Secondo il professor Santin dell’università di Yale, interpellato da Le Iene, il plasma standardizzato farmaceutico costerà molti di più rispetto a quello delle donazioni: “Stiamo parlando sicuramente di migliaia di dollari, contro i meno di 100 dollari che in questo momento costa una sacca di plasma. Sapendo però bene che questo si trasforma poi in un farmaco”. Il professore ha anche sottolineato che “i farmaci vengono ricaricati dieci, cento, mille volte sul costo reale. E le case farmaceutiche producono un prodotto per guadagnarci”, ha concluso.

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