PIL, tra crollo e rimbalzo: quali settori faranno da traino alla ripresa?

PIL globale e Italia, OCSE rivede leggermente le stime; cauto ottimismo?

Il crollo record del PIL nel secondo trimestre dell’anno (- 12,8%) messo nero su bianco dai numeri diffusi dall’Istat nei giorni scorsi certifica ciò che era chiaro da tempo: l’Italia è precipitata nella peggiore recessione del Dopoguerra. Siamo andati peggio della Germania (- 9,7%), ma meglio della Francia (- 13.8%), della Spagna (-18,5%) e del Regno Unito (- 20,4%).

Non tutto però è perduto: il tonfo senza precedenti misura la performance dell’economia durante il lockdown decretato dal Governo che ha letteralmente stoppato molte attività produttive.  E se i numeri giocano decisamente a nostro sfavore, l’interpretazione del numero, invece, fa ben sperare: impossibile fare peggio di così. Infatti, seppur modesto, qualche segnale di ripresa inizia a vedersi. La crescita dell’occupazione a luglio, la prosecuzione nella tendenza all’aumento del numero di ore lavorate pro capite e l’espansione del segmento di persone in cerca di lavoro, come ha sottolineato il Ministro del Lavoro Catalfo.
A questi si aggiunge l’importante dato PMI manifatturiero italiano, pari a 53,1 (primo in Europa e mai così alto da 26 mesi) segno che il nostro tessuto imprenditoriale si conferma un volano essenziale per la ripresa economica del Paese.

 

Di PIL – e non solo –  si è parlato anche nel corso del Webinar organizzato da Ruling Companies nel quale è intervenuto Pietro Santoro Amministratore Delegato e Direttore Generale, SAFIM, autore di “Diario di un PIL”.

Già compromesso nello scenario pre-Covid, il quadro della nostra economia è notevolmente peggiorato con l’esplosione della pandemia: il debito cresce, il PIL no e in scia all’emergenza coronavirus, abbiamo aumentato la spesa in modo straordinario.  “Come aumentare in modo sostanziale il PIL del nostro Paese e rendere sostenibile il nostro debito pubblico”, la sfida alla quale siamo chiamati viaggia su un doppio binario, come ha sottolineato in apertura Antonio Ambrosetti, Ad Ruling Companies.

L’Europa, nel frattempo, ci ha teso la mano con un’azione che non ha precedenti, ma avvisa Santoro non siamo in presenza di regali. “Il fatto assolutamente positivo è che per la prima volta si è imboccata la strada, quanto mai necessaria e obbligata, di un percorso comune che implica una comune condivisione dei problemi e dei programmi di crescita. Mai era successo che la Commissione Europea facesse debito con le garanzie dei singoli Paesi e questo in sè è un intervento straordinario. Ma siamo in presenza di risorse vincolate ad azioni ed interventi mirati che dovranno essere messi nero su bianco su un Piano che presenteremo entro il 15 ottobre.

 L’Europa ha stanziato complessivamente 750 miliardi di euro, una potenza di fuoco, dei quali circa 390 sono sussidi e 360 prestiti. L’Italia beneficerà di una bella fetta, circa209 miliardi, di cui 80 a fondo perduto e 129 come prestiti ma degli 80 l’effetto netto sarà pari a 25 milliardi,  perchè 55 a partire dal 2028 in realtà dovremo rimetterli nel budget europeo. Vien da sè che non siamo in presenza di un regalo.

Ecco che torna centrale e quanto mai decisivo il concetto di competitività. Tra i settori che più di tutti potrebbero trainare la ripresa, senza dubbio, il turismo che rappresenta il 5% del PIL, calcolando l’indotto il 13%. Tanto, ma non poi così tanto se consideriamo il contributo in altri Paesi: in Spagna (15%), Portogallo, Grecia (25%), l’incidenza sul PIL è praticamente doppia Quindi è prioritario ragionare su come portare il contributo del turismo a valori piu importanti. Cito qui il Piano strategico di Sviluppo del Turismo del 2017, questo per dire che più che i piani serve la loro esecuzione, l’implementazione”.

“Un altro settore che incide in maniera rilevante sul PIL è quello delle costruzioni. Se consideriamo le spese in infrastrutture pubbliche – quelle cosiddette in conto capitale – che dovrebbero dare il contributo più importante alla ripartenza in Italia oggi spendiamo circa 23 miliardi l anno, ma erano il doppio 18 anni fa. Questo vuol dire che abbiamo perso come contributo circa 25-30 miliardi l’anno  di spesa per le infrastrutture. Stessa dinamica ha avuto l’edilizia residenziale privata che è calata del 70%  in questi 18 anni anche se è aumentata la spesa in ristrutturazioni, la spesa complessiva si è ridotta. Se, dunque,.consideriamo  da un lato un minor apporto al PIL derivante da questa minor spesa  e aggiungiamo dall’altra  il costo derivato dalle minori esportazioni a causa della difficoltà del nostro sistema di trasporto le stime parlano di altri 70 miliardi di esportazioni perse ogni anno e quindi di PIL perso ogni anno per via delle condizioni di trasporto.  Questo gap fra minor spesa annuale in infrastrutture più minori esportazioni causate da carenze infrastrutturali spiegano il ridotto contibuto al PIL che invece potrebbe essere di almeno 100 miliardi in più all’anno”.  

Tanti poi i nodi irrisolti sul fronte dell‘istruzione: da una spesa complessiva pari al 3,6% del Pil (contro una media del 5%) a una percentuale di laureati ancora troppo bassa passando per una percentuale di Neet (giovani che non hanno né cercano un impiego e che non frequentano scuole) quasi doppia rispetto al resto dei paesi industrializzati. Fattori questi che tutti insieme vanno a incidere sulla mancanza di competitività, alla base del rilancio. Criticità sulle quali occorre intervenire senza più rimandare.

MES, occasione o trappola?  – Santoro dedica un capitolo del libro al tema “il Mes, il ruotino e il gommista”. “E’ uno strumento straordinario nel senso che va utilizzato in occasioni straordinarie, ha una dotazione limitata pensata per superare un “problema gigante”, legato a delle condizionalità, in questa versione minori che in passato. Ma è, appunto, il ruotino. Non la gomma. 

 

Migliorano, intanto, le stime dell’OCSE sul PIL italiano per il 2020, anche se l’organizzazione con sede a Parigi sottolinea come l’incertezza dei pronostici resti molto alta. Nell’aggiornamento dell’Economic outlook diffuso stamani, l’Ocse rivede a -10,5% il Pil 2020 dell’Italia, primo Paese occidentale entrato in ‘lockdown’.

Lo scorso giugno l’organizzazione aveva stimato una contrazione dell’11,3% in assenza di una nuova ondata di Covid, e del 14% con una seconda ondata.

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