Petrolio e cambiamento climatico: il paradosso norvegese

Il caso sollevato dagli ambientalisti arriva alla Corte Suprema

In Norvegia è stato già denominato “il caso del secolo” per le sue implicazioni sulla politica economica del Paese. E non potrebbe essere altrimenti se a pagare le conseguenze di questa azione legale potrebbe essere il fondo sovrano norvegese, il fondo di investimenti più grande del mondo – più di mille miliardi di euro di valore – e di conseguenza l’economia nazionale. Un paradosso quello norvegese, Paese in prima linea nella lotta al cambiamento climatico che ha inserito nella sua Costituzione i principi ambientalisti ed è diventato leader nella mobilità elettrica in Europa, ma la cui economia si basa sui proventi dell’industria del gas e del petrolio.

Alla Corte Suprema di Oslo sono infatti arrivati i ricorsi di alcuni gruppi ambientalisti – tra cui Greenpeace Norvegia – che contestano la concessione di alcune licenze per l’estrazione di gas e petrolio in diverse aree del mar Artico.

Nello specifico, il caso riguarda la validità di una decisione amministrativa relativa al giugno del 2016 nella quale sono stati concessi i diritti di produzione sulla piattaforma continentale norvegese nella parte sud e sud-est del Mare di Barents. Per i gruppi ambientalisti una decisione nulla perché incompatibile con l’articolo 112 della Costituzione del Paese – che sancisce dal 2014 il diritto a vivere in un ambiente sano e a prevedere la salvaguardia della natura – e contraria agli accordi di Parigi che mirano a ridurre le emissioni climalteranti.

A queste due motivazioni i gruppi ambientalisti hanno aggiunto un difetto procedurale nel provvedimento: le tre licenze di produzione, infatti, sarebbero state concesse dopo un lavoro di ricerca “inadeguato” sulle conseguenze economiche e ambientali dei progetti.

Il grande interesse intorno alla decisione che la Corte Suprema prenderà nelle prossime settimane – giovedì 12 novembre dopo 7 giorni si sono concluse le udienze – è dovuto alle profonde conseguenze economiche che potrebbe avere sul Paese. Oltre ad essere la prima volta che un caso riguardante problematiche ambientali solleva problemi di natura costituzionale e viene seguito da ben 15 giudici della Corte suprema, infatti, il caso impatta sull’attività più redditizia del Paese.

La Norvegia è il terzo esportatore di gas naturale al mondo, dietro solo a Russia e Qatar, e fornisce tra il 20 e il 25 per cento della domanda di gas dell’UE. Secondo alcuni dati forniti dallo stesso Governo di Oslo, petrolio e gas equivalgono a circa la metà del valore totale delle esportazioni norvegesi di merci. E qui entra in gioco il fondo sovrano: il Norges Bank Investment Management raccoglie infatti le entrate di queste attività.

Una sentenza a favore dei gruppi ambientalisti potrebbe quindi condizionare l’economia del Paese e a pagarne sarebbero soprattutto le casse dello Stato scandivano che si troverebbero di fronte a un precedente difficile da arginare anche per eventuali nuovi progetti di trivellazione.

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