Pagamenti P.A., ritardi potrebbero costare una maximulta di 2 miliardi

L’Italia è stata condannata dalla Corte di Giustizia europea per i ritardi nei pagamenti della Pubblica Amministrazione, accertando che gli Enti dello Stato e locali pagano i fornitori oltre i 30-60 giorni previsti dalla normativa europea (direttiva 2011/7/Ue). Ma quanto costerà all’Italia questa condanna? E come si potrebbe evitare questa multa?

Secondo la Cgia di Mestre, il nostro Paese potrebbe esser chiamato a pagare una maximulta da 2 miliardi di euro, un importo analogo a quello pagato sinora per le quote latte. Tutto questo, comunque, potrà essere evitato se lo Stato italiano metterà fine in tempi rapidissimi a questa cattiva abitudine.

“Sebbene la situazione negli ultimi anni sia migliorata, in particolar modo a seguito dell’introduzione della fatturazione elettronica – commenta la Cgia – i ritardi dei pagamenti nelle transazioni commerciali con la P.A. costituiscono ancora adesso un malcostume molto diffuso nel nostro Paese. Pertanto, non sarà per nulla scontato sottrarsi a una sanzione economica da parte dell’Europa”.

A QUANTO AMMONTANO I DEBITI DELLA P.A.

Secondo le stime della Banca d’Italia vi sarebbero 53 miliardi di debiti (Relazione annuale 2018 presentata il 31 maggio 2019) metà dei quali (circa 26 miliardi) sarebbero dovuti a ritardi di pagamento.

La cosa più assurda di tutta questa vicenda è che nessuno è in grado di affermare a quanto ammonta esattamente il debito commerciale della nostra P.A., nonostante le imprese che lavorano per quest’ultima abbiano da parecchi anni l’obbligo di emettere la fattura elettronica. Ecco come funziona il sistema: una volta emessa, la fattura elettronica transita nella piattaforma Siope + del Ministero dell’Economia e delle Finanze che la smista all’Ente o alla struttura pubblica a cui è indirizzata e questa, a sua volta, verifica se il pagamento è certo, liquido ed esigibile ed effettua il pagamento nell’ambito della stessa piattaforma. Un meccanismo che si inceppa: sebbene questa prassi sia partita gradualmente dal luglio del 2017, lo Stato non conosce ancora adesso a quanto ammonta complessivamente il debito poiché una buona parte dei committenti pubblici, in particolar modo gli enti periferici, effettuano i pagamenti senza transitare per la piattaforma e con scadenze ben oltre quelle stabilite dalla legge.

PERCHE’ LA P.A. PAGA IN RITARDO?

Le principali cause che hanno dato origine a questa cattiva abitudine tipicamente italiana sono la mancanza di liquidità da parte del committente pubblico, i ritardi intenzionali, l’incapacità di molte amministrazioni di emettere certificati di pagamento in tempi brevi e le contestazioni che allungano la liquidazione delle fatture. A queste vanno aggiunte almeno altre due ragioni: la richiesta, spesso avanzata dalla PA nei confronti degli esecutori delle opere, di ritardare l’emissione degli stati di avanzamento dei lavori o l’invio delle fatture e la richiesta al fornitore in fase di stipula del contratto di accettare tempi di pagamento superiori ai limiti previsti per legge senza l’applicazione degli interessi di mora in caso di ritardo.

I PEGGIORI DEBITORI

Il Comune di Napoli è primo nella sfortunata classifica dei peggiori debitori: paga i suoi fornitori con un anno di ritardo (365 giorni). Seguoni l’Asl Napoli 1 Centro con 169 giorni, il Comune di Reggio Calabria con 146, la Regione Basilicata con 83, l’Asl Roma 1 con 72 e il Comune di Roma Capitale con 63. Situazioni che saranno estremamente difficili da azzerare in tempi ragionevolmente brevi. Guardando ai settori, la sanità e le costruzioni sono quelli in cui i ritardi sono più ampi, in quanto i ritardi rispetto ai tempi massimi previsti dalla legge sono di 39 e di 73 giorni di media.

“La nostra PA – dichiara il segretario della CGIA Renato Mason – in particolar modo nel Mezzogiorno continua a pagare con ritardi del tutto ingiustificati. Questa situazione, associandosi al perdurare della contrazione degli impieghi bancari nei confronti delle aziende, ha peggiorato la tenuta finanziaria di moltissime piccole realtà produttive che tradizionalmente sono sottocapitalizzate e a corto di liquidità”.

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