Paesi sull’orlo della bancarotta. E l’Europa “rischia di scomparire”

Se l'allarme viene direttamente dal Presidente del Consiglio della Ue non è da sottovalutare. Ecco cosa significherebbe per noi la fine dell'euro

Dopo la Grecia tocca ora all’Irlanda, poi forse al Portogallo e alla Spagna. Altri salvataggi in vista per le già sofferenti casse europee. Altra mission impossible, da rendere possibile. Ne va della sopravvivenza dell’Unione Europea e quindi dell’economia italiana (che tanto bene non sta nemmeno lei).

A lanciare l’allarme è addirittura il presidente del Consiglio della Ue, Herman Van Rompuy. “Dobbiamo lavorare insieme per far sopravvivere l’eurozona – ha dichiarato – perchè se non sopravvive non sopravvivrà neppure l’Unione europea“. Uno scenario inquietante per molti motivi. Occorre uno sforzo titanico perché se pochi mesi fa si è corsi in aiuto di una sola economia sull’orlo della bancarotta, ora i paesi da salvare sono più di uno e l’elenco rischia di allungarsi. Ma quali sono le minacce che incombono ora sul nostro continente?

Il rischio contagio

La prima si chiama Irlanda. Sì, proprio il paese che fino a qualche anno fa incarnava in Europa la formula vincente  della “deregulation e crescita”. Ma la crisi ha incrinato molti miti, e l’Irlanda è sicuramente uno di questi. Attualmente il suo deficit è da capogiro. Il paese aspetta ora un intervento di salvataggio del Fondo anti-crisi europeo usato per la Grecia: si parla di una cifra che va dai 50 ai 90 miliardi di euro.

Anche per il Portogallo il rischio di dover chiedere l’assistenza finanziaria degli altri paesi europei è alto. Il Ministro delle finanze portoghese mette il dito nella piaga perché il suo paese – dichiara – “non sta affrontando solo un problema nazionale: è un problema che tocca Grecia, Irlanda e Portogallo, così come l’Eurozona e la sua stabilità”.

E il punto è proprio questo: il contagio. In un’economia legata da una moneta unica il default di uno rischia di diventare il default di tutti. Per questo dobbiamo bloccare il “virus” prima che si diffonda. Per questo siamo obbligati a intervenire.

Un paese a gambe all’aria

Ma cosa succede se lo Stato fallisce? Cerchiamo di capire che cosa significa in concreto – cioè per le nostre tasche – la bancarotta di uno Stato.

Anche un paese può fallire, come un’impresa. Questo succede quando lo Stato non è più in grado di far fronte ai suoi debiti (e ai relativi interessi) e a sostenere la spesa pubblica (pensioni, sanità, scuola, stipendi dei dipendenti pubblici ecc.).

Il “default” di uno Stato (termine tecnico con cui si indica il fallimento) però non è mai totale, ma ha diversi livelli di gravità. In altre parole lo Stato cerca sempre di “ristrutturare” il suo debito, cioè di raggiungere un accordo per cui, invece di restituire la cifra pattuita, ne rende una inferiore o spalmata su più anni.

Come una qualunque famiglia in difficoltà economica, se lo Stato non ha più soldi  può fare sostanzialmente due cose: aumentare le entrate, cioè le tasse, o tagliare le spese. Probabilmente le farà entrambe.

Sul versante delle entrate  può aumentare ad esempio le imposte indirette, prima fra tutte l’Iva. Col rischio però di deprimere ancora di più i consumi e innescare un circolo vizioso (aumenta l’aliquota ma diminuisce il gettito).

La scure sui costi

Più direttamente lo Stato può ridurre le sue spese. Le voci di costo che in genere (e sicuramente in Italia) pesano di più sui conti pubblici sono tre:
• le pensioni,
• la sanità,
• le retribuzioni dei dipendenti pubblici.

I primi a cadere sotto la scure saranno gli organici e i salari della Pubblica amministrazione con pesanti conseguenze sui servizi erogati. La stessa sorte toccherà a sanità e pensioni, che già ora in Italia pesano quanto un quarto del Pil.

Bot spazzatura

La bancarotta ricadrà su tutti coloro che hanno investito in titoli di Stato (Bot, Cct ecc.). Il Tesoro non potrà più pagare gli interessi  (la cedola periodica) e al momento della scadenza del titolo non si potrà più tornare in possesso dell’investimento iniziale. Qui interviene la ristrutturazione del debito. Lo Stato propone un differimento della restituzione: una parte oggi, una parte domani. Chiaramente un evento del genere porta al crollo del valore del titolo, con possibilità pressoché nulle di rivenderlo.

L’assalto alle banche

L’insolvenza dello Stato si estende quasi automaticamente alle banche. Se i titoli di Stato diventano carta straccia, sono loro le prime a risentirne perché, non ricevendo più gli interessi sul portafoglio, si trovano inevitabilmente a corto di liquidità e rischiano di fallire a loro volta.

Tutto questo innesca un rischiosissimo effetto-domino perché in economia l’elemento psicologico ha un peso enorme: se si diffonde la voce di insolvenza delle banche, tutti i loro clienti correranno agli sportelli a ritirare i depositi prima che sia troppo tardi. Parte l’assalto agli sportelli e non c’è istituto che possa resistere al prelievo contemporaneo di buona parte dei suoi clienti.

Ce n’è abbastanza per spaventarsi e intervenire subito. Prima che le falle siano troppe e facciano affondare tutta la nave. (A.D.M.)

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