Olanda, uscire dall’Euro e vivere felici: impazza il fronte ‘Nexit’

E per la prima volta anche in seno alla Commissione Europea si affronta la "povertà lavorativa"

Dopo il risultato del referendum svizzero sulle quote di immigrazione, mal digerito dalla Ue e accolto con entusiasmo dai diversi movimenti euroscettici presenti in tutta Europa, anche dall’Olanda arrivano notizie inquietanti per una Unione già preoccupata dalla possibilità che le elezioni Europee del prossimo 29 maggio che rischiano di riempire di euroscettici ed euro-contestatori il Parlamento di Strasburgo. Si chiama "NExit" e da un paio di giorni imperversa sui social network olandesi. È l’ennesimo neologismo di un’Europa in crisi e sta ad indicare l’uscita (exit) dell’Olanda (Nederland) dall’Unione europea e dall’euro.
 
LO STUDIO – A coniare il neologismo "NExit" è stato il think thank londinese "Capital Economics", cui il partito della Libertà (Pvv) guidato dall’euroscettico olandese Geert Wilders ha commissionato un approfondito studio sul rapporto costi/benefici di una eventuale uscita olandese dall’Eurozona. Il leader del Pvv non poteva avere risposte migliori in vista della campagna elettorale per le Europee, visto che lo studio ha evidenziato come i benefici dell’uscita dal blocco sarebbero, almeno sul piano teorico, ben maggiori rispetto ai costi: nello specifico immediati e consistenti vantaggi per le finanze pubbliche e per i redditi delle famiglie (fino a 10mila euro all’anno), rischi e costi contenuti.
 
RAPPORTO IN 160 PAGINE – Restando nell’Unione europea – spiegano gli economisti di Capital Economics – l’Olanda è destinata a tassi di crescita inferiori a quelli registrati negli ultimi anni e alla media mondiale, uscendone (e automaticamente uscendo dall’euro, come prevedono i Trattati) le autorità olandesi potrebbero prendere una serie di provvedimenti in grado di dare impulso a crescita e competitività:
– ridurre i costi di chi fa business nel Paese di almeno 20 miliardi all’anno, attraverso una rinazionalizzazione delle regole;
– migliorare i conti pubblici, risparmiando sui programmi europei e introducendo politiche migratorie più restrittive rispetto a quelle comunitarie;
– incrementare le esportazioni verso i mercati non europei attraverso accordi commerciali indipendenti con le grandi economie emergenti senza i vincoli della politica commerciale comune. A chi obietta che oggi il 70% dell’export olandese è destinato ad altri Paesi Ue, i curatori dello studio replicano che questi rapporti non sarebbero a rischio perché mantenerli è interesse anche europeo, accentuato dal fatto che l’Olanda ha hub fondamentali come il Porto di Rotterdam o l’aeroporto di Schiphol;
– gestire le fasi cicliche dell’economia in maniera più efficiente grazie alla libertà di fissare politiche monetarie e fiscali indipendenti e specifiche.
Con un uscita dall’euro il 1° gennaio 2015 e relazioni con l’Unione europea simili a quelle della Svizzera (accordi bilaterali), il Pil dovrebbe risultare entro il 2035 del 10-13% più alto che restando nel blocco. In 20 anni per le famiglie il beneficio sarebbe addirittura tra i 7.100 e i 9.800 euro di reddito in più all’anno.
Il rapporto non nega che l’uscita dall’euro avrebbe dei costi, ma li definisce modesti e gestibili. A parte una certa volatilità iniziale, non si prevede che il nuovo fiorino subirebbe particolari apprezzamenti o deprezzamenti rispetto all’euro; né si attendono gravi ripercussioni sugli investimenti, sul sistema bancario, sul debito del Paese.
 
I DUBBI – Va però ricordato come lo studio abbia anche subìto decise critiche e contestazioni, da polituici rivali di Wilders ma anche da un think thank "rivale". Capital Economics è infatti un istituto certamente autorevole, ma è anche diventato un punto di riferimento per i sostenitori di una rottura dell’Eurozona da quando nel 2012 ha vinto il Premio Wolfson per l’economia, istituito dall’euroscettico Lord Wolfson e destinato al progetto per la via d’uscita più semplice dall’euro di uno Stato membro.
 
UE, QUALCOSA SI MUOVE – L’aria di burrasca inizia evidentemente a farsi sentire anche in seno alla Ue, dove il Commissario per l’Occupazione, gli affari sociali e l’integrazione Laszlo Andor ha così commentato il rapporto annuale su occupazione e sviluppi sociali: "I divari macroeconomici, sociali e occupazionali tuttora crescenti minacciano gli obiettivi fondamentali dell’Unione sanciti dai trattati, ossia vantaggi generalizzati attraverso la promozione della convergenza economica e miglioramento della vita dei cittadini negli Stati membri. Il rapporto 2013 dimostra come le basi dei divari attuali siano state poste nel corso dei primi anni di introduzione dell’euro, giacché in alcuni Stati membri una crescita squilibrata, fondata sull’aumento del debito alimentato da bassi tassi di interesse e su massicci afflussi di capitale, è stata spesso associata a un andamento deludente della produttività e della competitività. Venuta meno la possibilità di svalutare la moneta, i paesi della zona euro che tentano di recuperare competitività sul versante dei costi devono ricorrere alla "svalutazione interna" (contenimento di prezzi e salari). Questa politica presenta però limiti e risvolti negativi, non da ultimo in termini di un aumento della disoccupazione e del disagio sociale e la sua efficacia dipende da molti fattori come il grado di apertura dell’economia, la vivacità della domanda esterna e l’esistenza di politiche e di investimenti che promuovano la competitività non di prezzo."

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