Obama tassa le banche: basta bonus ai manager

Si vogliono recuperare 117 miliardi di dollari del piano salva Wall Street e dare un segnale al mondo finanziario

Socializzare le perdite e privatizzare i profitti. E’ quanto hanno fatto le banche statunitensi durante la crisi finanziaria globale.
In pratica, i contribuenti Usa hanno pagato la “finanza creativa” di Wall Street e dintorni con ben due piani di salvataggio (prima Bush, poi Obama). In cambio, non hanno finora ottenuto grossi vantaggi, né dal punto di vista dell’occupazione (in calo costante da oltre un anno), né da quello della riforma del sistema finanziario.

Ora scende in campo il presidente Obama in una di quella “campagne morali” (ma anche molto reali) che contraddistinguono la politica Usa. Appreso dei bonus miliardari che dovrebbero finire nelle tasche dei manager bancari, l’inquilino della Casa Bianca, dopo averli definiti “osceni” ha rilanciato l’idea di di tassare gli istituti per recuperare parte dei soldi spesi dal governo per salvare il settore.
Si chiamerà “tassa di responsabilità per la crisi finanziaria” e, se approvata dal Congresso, obbligherà circa 50 banche, compagnie di assicurazione e società di brokerage a pagare collettivamente 117 miliardi di dollari nei prossimi 12 anni, di cui 90 nei primi 10.

Attenzione: secondo le stime della Casa Bianca, 117 miliardi è proprio il costo che graverà sulle spalle degli americani a seguito del Troubled Assets Relief Program (Tarp), il piano salva Wall Street da 700 miliardi di dollari varato alla fine del 2008.

Più esplicito di così si muore: “Il mio impegno è quello di recuperare ogni centesimo dovuto al popolo americano“, ha detto da Washington, “e la mia determinazione a raggiungere questo obiettivo si rafforza nel sentire notizie di enormi profitti e bonus osceni per quelle società che devono la loro stessa sopravvivenza agli americani“.
Questi ultimi, ha aggiunto, “continuano a confrontarsi con le reali difficoltà di questa recessione“.

Rivogliamo i nostri soldi, e ce li riprenderemo“, ha concluso in un impeto quasi rivoluzionario.
Poi ha corretto il tiro.
Il suo piano, ha detto, non ha l’obiettivo di punire le banche, ma di impedirne gli eccessi.

Il punto è che le prime cinque banche di Wall Street hanno raccolto utili pari a 30 miliardi di dollari nei primi tre trimestri del 2009, e si preparano ora ad elargire ai propri dirigenti bonus paragonabili agli anni del boom.
Un funzionario dell’amministrazione ha detto al Wall Street Journal che i dieci maggiori istituti pagheranno circa il 60% dei costi totali. E tra le banche prese di mira ci sono senz’altro Goldman Sachs, JpMorgan Chase, Bank of America e Morgan Stanley.

La proposta di Obama non toccherà i piccoli istituti, ma si applicherà a banche, casse di risparmio, società di assicurazione con divisioni finanziarie e società di brokerage con almeno 50 miliardi di asset che hanno ricevuto fondi del Tarp.

Quanto alla riforma del sistema finanziario, un nuovo conflitto di competenze si intravede all’orizzonte. Alcuni settori del Senato americano stanno infatti cercando di togliere alla Federal Reserve la supervisione del sistema bancario statunitense (Obama però sembra contrario). All’istituto si imputa scarsa competenza: non ha individuato per tempo i fattori che hanno poi portato alla crisi.
Ben Bernanke, il presidente della Fed, non è ovviamente d’accordo. Ha quindi indirizzato un documento al Congresso in cui sostiene che privare la Banca Centrale dei sui poteri di controllo comprometterebbe anche la sua capacità di indirizzare la politica monetaria del paese. Secondo lui, la Fed è stata tempestiva nel governare la crisi e solo il ruolo di supervisione le ha permesso di abbassare per tempo i tassi d’interesse, iniettando nuova liquidità nel sistema.

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