Nucleare sì, nucleare no: ma c’è abbastanza uranio?

Con i consumi attuali, le scorte mondiali potrebbero finire nel giro di 80 anni, c'è chi dice prima. E fa capolino il torio

Nel mondo, si assiste a un grande revival delle centrali atomiche, spacciate come soluzione per ogni guaio energetico-ecologico.

Il nostro ministro Scajola, tra i più convinti assertori della bontà dell’atomo, nega che siano già state decise le aree dove sorgeranno gli impianti, ma le indiscrezioni pubblicate dal Corriere della Sera sembrano rivelare che il progetto è già in fase avanzata: il nucleare si farà e probabilmente già si sa dove.

Di una cosa però non si parla tanto: anche una centrale atomica, per funzionare, ha bisogno della sua brava materia prima, l’uranio.
Una risorsa scarsa. Quanto?

Keith Johnson, giornalista-blogger del Wall Street Journal rilancia il quesito e solleva molti dubbi sull’effettiva fattibilità del progetto nucleare incentrato sull’uranio.

Per farsi un’idea del “peak uranium” (cioè il picco di estrazione, il momento in cui si raggiungerà il massimo della produzione per poi calare inevitabilmente a causa della scarsità), basta la matematica.
Attualmente già si consuma più uranio di quanto se ne produca.

Gli ultimi dati dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica parlano di 69.100 tonnellate di consumo annuo, a fronte di una produzione mineraria che si aggira sulle 43.000. Il gap è per il momento colmato dal riciclo delle armi nucleari, una risorsa evidentemente non infinita.

E questi dati non tengono conto delle centrali già approvate ma non ancora costruite. Usa, Cina, India, Gran Bretagna, Medio Oriente, tutti hanno progetti del genere, anche senza considerare l’Italia. Si va verso la competizione serrata per procacciarsi la materia prima.

Lo scienziato svizzero Michael Dittmar ritiene che già a partire dal 2013 si assiterà a un “supply crunch”, la contrazione delle forniture.

La AIEA, dal canto suo, stima in 5,5 milioni di tonnellate le scorte di uranio globali, considerando i giacimenti già identificati. Ciò significa 80 anni di forniture da oggi, al ritmo odierno dei consumi; molto meno tempo se, come probabile, esploderanno.

Chiaramente, la contrazione delle forniture e il conseguente aumento del prezzo dell’uranio, stimolerà nuovi investimenti ed esplorazioni. Lì risiedono le speranze.

Come osserva l’Economist, “l’industria vanta una lunga storia di evoluzione tecnologica se c’è un incentivo economico a estrarre maggiori quantità di una risorsa”.

E non troppo sottovoce, si parla di reattori al torio, un minerale già impiegato nel ciclo dell’atomo e la cui disponibilità globale dovrebbe essere circa tripla rispetto a quella dell’uranio.

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Nucleare sì, nucleare no: ma c’è abbastanza uranio?