Nucleare addio, si accende il business dello smantellamento. Una sfida anche per l’Italia

In Europa 89 centrali nucleari sono in diverse fasi di chiusura e smantellamento. Previsti investimenti per oltre 200 mld di euro a livello mondiale per il decommissioning. Sfida aperta per il know how italiano

Nel vercellese, a Trino sono cominciate le operazioni di smantellamento della centrale nucleare Enrico Fermi; mentre dall’altra parte dell’Europa, in Lituania, il 64% degli elettori ha rifiutato tramite referendum la costruzione di un nuovo impianto.
Non sono casi isolati, complice la catastrofe di Fukushima, che ha gettato un’ombra indelebile sulla tecnologia nucleare, l’Europa sta prendendo le distanze dall’energia atomica.
Nei 27 Paesi dell’Unione Europea, 89 centrali nucleari sono in diverse fasi di chiusura e smantellamento: 29 nel Regno Unito, 27 in Germania (il Paese si prepara ad abbandonare il nucleare nei prossimi dieci anni), 12 in Francia e 4 in Italia.

Quando il nostro Paese decise di abbandonare il programma nucleare (il colpo di grazia fu dato con il referendum del 2011), che prevedeva la realizzazione di 4 centrali, con l’obiettivo di soddisfare il 25% del fabbisogno nazionale con energia prodotta dall’atomo entro il 2020, si parlò di una perdita pari a 30 miliardi di investimenti di cui il 70%, secondo stime, gestito da aziende italiane. Dal punto di vista occupazionale si prevedeva un impiego di circa 13.600 addetti.

Oggi, mentre l’Europa sta puntando a un massiccio smantellamento delle centrali e il suo territorio si candida a diventare laboratorio per la messa in sicurezza di quelli che rimangono gli impianti industriali più complessi e pericolosi mai concepiti dall’uomo, il business si sposta dalla costruzione alla demolizione.
Far tornare l’erba, la dove c’era una centrale, implica operazioni lunghe, costose, che richiedono un know how altamente specializzato.
Solo per smantellare e bonificare l’isola nulceare di Trino (Vercelli), la Sogin (società dello Stato che gestisce gli interventi di smantellamento), dichiara che saranno necessari 234 milioni di euro, di cui 34 già spesi per le attività di decommissioning e 52 milioni per il conferimento dei rifiuti al
Deposito Nazionale.
Nel decennio che andrà dal 2021 al 2030, Nomisma Energia prevede che saranno investiti, su scala mondiale, 211,6 miliardi di euro per le attività di decommissioning.
Luca Iezzi, riferendosi alla Sogin, scrive su Repubblica: “l’azienda si trova per molti versi in una posizione di vantaggio rispetto alle sorelle europee, proprio perché l’opera di smontaggio “definitiva” è iniziata da anni” e detiene “un know how in grado di dare accesso al mercato ultramiliardario nell’Unione Europea, ma anche in Russia e Asia”.
Il tema dovrebbe essere affrontato a livello europeo e secondo la Commissione si creerà una domanda di competenze specifiche e oltre 40 mila posti di lavoro altamente qualificati per fronteggiare le sfide del periodo.

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