Mercati finanziari, torna di moda il bond ad alto rischio

Le obbligazioni "high yield" stanno invadendo i mercati, anche quelli italiani. Promettono alti rendimenti ma le società che li emettono non sono sempre così solide

Il mio nome è “bond” e il rischio è il mio mestiere. Gli ingredienti del film d’azione ci sono tutti: alta posta in gioco e frequenti colpi di scena. Per ora ne manca solo uno: il lieto fine. Nonostante le rassicurazioni sono in molti a non scommetterci. Ma non dovremo aspettare molto a lungo per scoprire se vinceranno i buoni o i cattivi.

Il “bond” protagonista, in questo caso, non è il famoso agente 007, ma una più prosaica obbligazione (in inglese bond, appunto) che sta spopolando sui mercati finanziari. Si tratta dei titoli obbligazionari “high yeld“, cioè ad alto rendimento. Ma in finanza, si sa, alto rendimento significa prima di tutto alto rischio.

Anche l’Italia scherza col fuoco
Sono diverse le aziende italiane che si preparano a immettere sul mercato bond ad alto rischio. Lo ha già fatto Piaggio con un’emissione per 150 milioni di euro. Secondo indiscrezioni raccolte dal Sole 24 Ore si stanno preparando a farlo Kerself, produttore di impianti fotovoltaici, e Mossi & Ghisolfi, società chimica. Ma dopo di loro sarà il turno – si dice – di colossi come Wind e Seat Pagine Gialle.

I bond high yield sono obbligazioni emesse da società con un rating basso, inferiore a BB+ , cioè l’area definita di “debito speculativo“, secondo la classificazione di Standard & Poor’s. Sono titoli che si poggiano su situazioni finanziarie più fragili e quindi comportano un maggior rischio per gli investitori. Per rendersi attraenti sul mercato ovviamente queste obbligazioni devono promettere rendimenti più alti della media.

Per le aziende che li emettono questi bond sono un modo per rastrellare liquidità sul mercato in alternativa al tradizionale canale di credito bancario che ultimamente è andato restringendosi.

Il fenomeno è globale: nel 2009 sono stati lanciati sui mercati di tutto il mondo bond ad alto rischio per 190 miliardi di dollari, il 143% in più rispetto al 2008. L’Italia è in scia malgrado il nostro non sia mai stato un mercato molto permeabile a questo tipo di titoli, e i crack Cirio e Parmalat siano ferite ancora aperte.

Così diversi dai titoli spazzatura?
Ma c’è chi si affretta a precisare che non è la stessa cosa, che questi titoli non sono “tossici” come quelli di Cirio e Parmalat. Quelli venivano da società prive di rating, non offrivano nessuna garanzia e non avevano nemmeno alti rendimenti. I bond high yield, invece, un rating ce l’hanno (seppure basso) e in cambio del rischio offrono rendimenti elevati. Inoltre non vengono venduti ai piccoli risparmiatori ma solo a investitori specializzati. E infine sono coperti dalle cosiddette covenants, cioè garanzie contrattuali che riconoscono al finanziatore il diritto di revocare il credito in caso di significativo peggioramento della performance economico-finanziarie dell’azienda. Ma poter chiedere il default dell’emittente è sufficiente per garantire che non ci siano gli effetti a catena che hanno già sconquassato la finanza mondiale nell’ultimo anno? (A.D.M.)

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