Un anno senza Made in China

Quanto ci costerebbe fare a meno dei prodotti del Dragone?


Quanto conta la Cina nella nostra vita di tutti i giorni?

E’ questa la domanda che si è posta Sara Bongiorni, giornalista italo-americana che ha vissuto un anno eliminando tutti i prodotti Made in China dalla sua vita e da quella dei suoi familiari. In un articolo su The Christian Science Monitor, Sara descrive come è nata l’idea.
Quasi per gioco, un giorno si mise a guardare le etichette dei prodotti che aveva davanti agli occhi, collegati in qualche modo alla festività del Natale. Li divise in due categorie: “Cina e non-Cina. Il risultato fu ?Cina, 25 – Resto del mondo, 14′. Mi resi conto che Natale era diventata una festa fatta dai cinesi. Ne avevo abbastanza. Volevo fare piazza pulita della Cina.”

La giornalista specifica che la sua non è stata una forma di boicottaggio – a poco sarebbe servito il limitatissimo contributo della sua famiglia – bensì un esperimento: “Abbiamo eliminato la Cina dalle nostre vite per capire quanto in profondità ne era entrata”.

La Bongiorni e il marito hanno così dovuto misurarsi con vere e proprie crisi familiari legate, tra gli altri, ai seguenti prodotti: scarpe da ginnastica dei figli (americane al posto di cinesi, per un costo complessivo di 120 dollari), candeline della torta di compleanno, televisore, ciabatte da spiaggia, frullatore, trappole per topi, giocattoli (unica eccezione, il danesissimo Lego).

E alla fine del periodo, uno dei figli ha implorato i genitori di non ripetere un esperimento così frustrante per i suoi desideri di consumo.

Dopo un anno “China-free”, la conclusione della Bongiorni è: “Puoi farne a meno, ma ogni giorno si fa più difficile e costoso. E tra dieci anni potrei non avere il coraggio di rifarlo”.

Mai dire mai. Tra dieci anni la situazione potrebbe infatti cambiare.
L’invasione dei mercati occidentali da parte di prodotti cinesi a buon mercato è infatti oggi possibile grazie al fatto che lo yuan mantiene una valutazione eccessivamente bassa rispetto alla consistenza effettiva dell’economia.
Quando riterranno maturo un mercato interno in grado di sostituire le esportazioni, è probabile che le autorità cinesi cedano alle pressioni internazionali e rivalutino la moneta più di quanto facciano ora; i salari cresceranno in termini reali e il benessere si allargherà a nuove fette della popolazione. A quel punto, i prodotti cinesi costeranno di più e saranno meno competitivi sui mercati internazionali.

Allora, le famiglie americane (ed europee) vedranno scomparire dagli scaffali molti generi Made in China. Il rischio sarà un altro: un aumento dell’inflazione, per il venire meno della funzione deflattiva che hanno finora svolto i prodotti cinesi a basso prezzo. E allora saranno i nostri, di salari, a non bastare più.

A meno che altri Paesi, già visibili all’orizzonte, non sostituiscano il Dragone come grandi esportatori. Bongiorni potrà allora sperimentare le ristrettezze di un anno di menage familiare facendo a meno, per esempio, del Made in Vietnam.
Nel frattempo, per chi volesse approfondire, l’esperienza di Bongiorni & family è diventata un libro, per ora solo in edizione americana: A year Without Made in China, John Wiley & Sons.

Gabriele Battaglia

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