L’Oro tornerà brillare. L’effetto Fed e l’incertezza

Il metallo prezioso viene visto a 2.400 dollari anche se resta nel breve una grande volatilità

L’Oro è la vera star di quest’anno con un rialzo del 27%, dopo esser passato dai 1.450 dollari circa di marzo a 2.063 dollari, nuovo record storico raggiunto dal prezioso ad agosto, dopo la pandemia di Covid-19 ed un lungo e sofferto lockdown, che ha mandato in crisi l’economia mondiale.

Il metallo, dopo aver sfondato la soglia psicologica dei 2.000 dollari, è tornato sui 1.930 dollari l’oncia e continua ad evidenziare una certa volatilità. Rally finito? Cosa accadrà al prezioso? E cosa muove il suo valore?

I 2.400 dollari sono dietro l’angolo

Quella registrata negli ultimi giorni sarebbe solo una “correzione” grafica, mentre l’oro è destinato ancora a toccare nuovi record storici oltre i 2.300 dollari per effetto delle politiche della Fed e dell’inflazione.

La banca d’affari svizzera UBS vede un prezzo dell’oro di nuovo oltre questa soglia entro la fine dell’anno, con punte fra  2.200 e 2.300 dollari. Poi, il metallo prezioso tornerà a scendere nel 2021, con una stima di 1.900 dollari entro giugno e 1.850 dollari a settembre.

Stime anche più ottimistiche da parte di altri analisti, che addirittura indicano un prezzo target di 2.400 dollari. Lo ha prospettato Ofi Asset Management delineando uno scenario ben più ottimistico per i prossimi 12 mesi, in vista di un’accelerazione dell’inflazione attorno al 2,5% favorita dalle politiche accomodanti delle banche centrali.

Ma cosa farà salire il prezioso?

L’ascesa dell’oro non è certo da attribuire ad un aumento della domanda, che anzi ha registrato un robusto rallentamento dopo la pandemia di Covid-19, sia sotto il profilo industriale che dal lato gioielleria. Ed hanno rallentato soprattutto i maggiori consumatori mondiali, quali Cina ed India.

L’oro beneficia invece della sua natura di “bene rifugio” nell’ambito del settore finanziario, testimoniata dal boom registrato dagli ETF. E beneficia quindi della debolezza di altri investimenti concorrenti, in particolare il dollaro ed i rendimenti dei Treasury che tendono ad indebolirsi.

Movimenti che hanno tutti una matrice comune: le politiche monetarie accomodanti delle banche centrali e le prospettive di inflazione. Tanto più ora che la Fed ha rivisto le sue strategie, sganciando la politica dei tassi d’interesse dal target di inflaizone, o meglio rendendo questo obiettivo flessibile e non perentorio. Lo ha spiegato il Presidente della banca centrale statunitense, Jerome Powell la scorsa settimana, al meeting di Jackson Hole, prospettando dunque tassi basi per un lungo periodo di tempo.

Queste politiche potrebbero spingere l’inflazione oltre il target del 2% – qualcuno prospetta addirittura il 2,5% – facendo crollare i rendimenti reali delle obbligazioni governative ed indebolendo il dollaro. A tutto beneficio dell’oro, che oltre alla natura di bene rifugio rappresenta anche uno strumento a copertura dell’inflazione.

Oltre alla ed anche la BCE potrebbe decidere per un cambio di strategia – già avviato – e recentemente qualche membro del Board ha anche ammesso che si sta valutando la possibilità di rivedere il target di inflazione.

Una fase di incertezza

In questo quadro di inseriscono due fattori di disturbo, che potrebbero condizionare l’andamento dell’Oro nei due sensi: la pandemia di Covid-19 e le Presidenziali USA.

Una seconda ondata pandemica particolarmente dura potrebbe far salire il prezzo dle metallo prezioso, per gli effetti negativi sull’economia, ma anche le Presidenziali saranno un elemento che condizionerà il metallo più si avvicina il test elettorale a novembre.

Ed in questo quadro la volatilità è assicurata.

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