Libia, il vero protagonista è il petrolio: quali effetti sull’Italia

Alla Conferenza internazionale di Berlino, il cui l'obiettivo è un cessate il fuoco duraturo in Libia, il vero protagonista è il petrolio. Ecco cosa dobbiamo attenderci.

Alla Conferenza internazionale di Berlino sulla Libia, il vero protagonista è lui, il petrolio. Non a caso, un po’ in extremis, i partecipanti alla conferenza hanno deciso di aggiungere un punto non previsto alla bozza di accordo finale “che esorta le parti libiche a fermare tutte le ostilità contro le strutture petrolifere”.

Oltre a questo punto, l’accordo prevede il cessate il fuoco in Libia, l’embargo sulle armi, la ripresa del processo politico per arrivare a un governo unificato, riforme nel campo della sicurezza, riforme economiche e rispetto dei diritti umani.

Ieri, alla vigilia di questo importantissimo summit, le milizie locali guidate dal generale Haftar, il temibilissimo “uomo forte della Cirenaica” che sta tentando da mesi di conquistare Tripoli con l’aiuto dei russi, hanno bloccato i cinque porti strategici che dall’est della Libia trasportano il petrolio fino all’interno, costringendo la compagnia petrolifera nazionale, la Noc, a attivare le misure di “forza maggiore”.

Oggi, proprio durante il summit di Berlino, Haftar ha chiuso anche i porti nel sud del Paese, quelli in joint venture con l’Eni.

Il gesto “provocatorio” di Haftar dalle “conseguenze devastanti”

Si stima che, così facendo, Haftar abbia bloccato la vendita di circa 800mila barili di greggio al giorno, il 70% della produzione libica, che, tradotto, significa una pericolosissima contrazione degli incassi per lo Stato libico pari a 55 milioni di dollari al giorno.

Cifre incredibili, da cui dipende il sostentamento della popolazione ridotta alla fame, per cui anche l’Onu ha lanciato l’allarme definendo la situazione talmente esplosiva dal punto di vista economico e sociale da generare conseguenze “devastanti”. Tutto ciò, in un contesto economico e finanziario già fortemente deteriorato.

Haftar è pienamente consapevole della potenza negoziale che gli deriva dallo stop alla produzione di petrolio e dei conseguenti flussi di denaro: il rischio di una catastrofe umanitaria è l’asso nella manica che il generale libico vuole giocarsi.

La Noc ha condannato il gesto come un grave atto di prepotenza: “Il petrolio e gli impianti petroliferi appartengono al popolo libico e non sono carte da giocare per risolvere questioni politiche”, ha detto il presidente Moustafa Sanalla, che ha paventato “conseguenze di vasta portata e prevedibili”. Il capo della NOC chiede se la Conferenza di Berlino possa procedere “come se nulla fosse se il blocco del petrolio non verrà revocato”.

“Si deve reagire nel modo più duro possibile. Bloccare il petrolio è un crimine per la legge libica. La Libia che dovrebbe emergere dalla conferenza di Berlino dovrebbe essere uno stato legale. Continuare la conferenza in queste condizioni di illegalità sarebbe una accettazione della illegalità inaccettabile”.

Quanto petrolio ci arriva dalla Libia

Ma il piano di Haftar è anche più distruttivo: il generale mira anche a interrompere la produzione in altri porti, come quello di Mellitah. Proprio da qui parte il gasdotto sottomarino che arriva in Sicilia e rifornisce l’Italia di oltre il 10% del suo fabbisogno di petrolio.
Per darvi qualche numero, nel 2019 abbiamo acquistato dalla Libia circa 7 milioni di tonnellate di greggio. Il Paese guidato da al-Sarraj è diventato il quarto esportatore verso l’Italia, sfiorando il 12,1% del totale che compriamo, in media 140mila barili al giorno.

Il nostro primo Paese esportatore resta comunque l’Iraq (circa il 19,9% del fabbisogno), seguito da Azerbaigian (17,3%) e Russia (14,9%). Via via ci sono gli altri, come Arabia Saudita, Kazakistan e Nigeria.

Secondo le stime dell’Us Energy Information Administration, la Libia è il nono esportatore al mondo di petrolio e possiede circa 48 miliardi di barili. L’85% della sua produzione viene diviso sostanzialmente tra Italia, Germania e Francia.

Quali conseguenze?

Quali sono le conseguenze della crisi? Un duro colpo ai mercati finanziari in questo avvio di settimana, molto probabilmente. Riguardo alle scorte, l’offerta di petrolio su scala mondiale resta piuttosto abbondante e comunque, nella peggiore delle ipotesi, le riserve dei Paesi Ocse coprirebbero almeno tre mesi di consumi.

L’interscambio tra Italia e Libia nel 2018 è stato di 5,4 miliardi di euro, di cui l’88,8% nel settore energetico. Non dimentichiamo infatti che, oltre al greggio, dalla Libia in Italia arrivano anche 6 miliardi di metri cubi di gas, l’8% del totale importato, attraverso il gasdotto Greenstream, che raccogliere il gas proveniente dai due giacimenti di Bahr Essalam e Wafa, per poi approdare a Gela, Sicilia (qui trovate un approfondimento sugli interessi italiani in Libia).

In Libia è la “nostra” Eni a controllare oltre il 45% della produzione di idrocarburi, che vale circa il 16% della produzione totale del Cane a sei zampe. L’Eni è presente in Libia dal 1959 e, però, non dovrebbe subire eccessivi scossoni dalla situazione geopolitica attuale.

Come prima cosa le sue attività sono concentrate soprattutto nella zona occidentale del Paese e anche nel 2019 è riuscita comunque a produrre in media 280 mila barili al giorno, soprattutto gas.

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