Lavoro, fisco, turismo: così la marijuana libera può rilanciare l’economia italiana

Come la canapa libera influirà, positivamente, sulle nostre tasche

E’ in discussione in queste ore in Parlamento la proposta di legge per la legalizzazione della cannabis e dei suoi derivati a scopi medici e ricreativi, frutto del lungo ed appassionato lavoro di un pugno (trasversale) di parlamentari guidati da Benedetto Della Vedova. I tre elementi chiave della proposta discussa ieri alla Camera, e rinviata a settembre, riguardano nell’ordine: la regolamentazione dell’auto-produzione, la libera detenzione fino a cinque grammi; il regime per la produzione e la vendita a terzi, un monopolio pubblico con cui garantire la tracciabilità.

Proviamo ad uscire dalle valutazioni etiche e personali sull’argomento, affrontando invece i temi che ci competono; come può influire l’eventuale liberalizzazione della canapa sull’economia italiana? Quale impatto avrebbe sul lavoro e conseguentemente sul gettito fiscale?

MADE IN ITALY – Il primo raccolto di cannabis terapeutica di Stato prodotta nello stabilimento chimico-farmaceutico militare di Firenze – incaricato per la prima volta dai Ministeri della Salute e della Difesa di dare vita a una coltivazione di piante di marijuana destinato all’uso terapeutico – ha dato risultati sorprendenti, confermando grandi opportunità per il made in Italy. La coltivazione, la trasformazione e il commercio della cannabis a scopo terapeutico possono generare da subito un business di 1,4 miliardi e garantire almeno 10mila posti di lavoro, dai campi al flacone (fonte Coldiretti). Si tratta tuttavia solo di una sperimentazione esclusivamente a livello terapeutico, mentre la proposta di legge di completa liberalizzazione in discussione in Parlamento ci avvicinerebbe decisamente a realtà come l’Uruguay ed il Colorado, che stanno verificando sul campo i risultati economici della scelta antiproibizionista.

LAVORO – Prendiamo in considerazione proprio gli Usa per valutare più compiutamente il possibile impatto sui livelli occupazionali. Il business della cannabis ha ricadute economiche ed occupazionali positive su una lunga lista di attività ausiliarie: ferramenta, elettricisti e idraulici per gli impianti di coltivazione, irrigazione e illuminazione, imprese di trasporti, società di imballaggio e così via. Nel 2015 la marijuana ricreativa ha generato profitti per 3 miliardi di dollari, e secondo le ricerche Usa – nei prossimi cinque anni – toccherà quota 10 miliardi di dollari, con un tasso di crescita superiore a quello della vendita degli smartphone. Un giro d’affari con pochi precedenti.

FISCO – A goderne sono anche le casse pubbliche e le tasche dei cittadini, che negli Stati con la marijuana libera hanno visto diminuire gli obblighi fiscali ed aumentare gli investimenti pubblici. Sia lo Stato di Washington che il Colorado hanno raccolto proventi dalla tassazione per circa 70 milioni di dollari, cifre enormi se si considera che i proventi da alcolici sono fermi a 42 milioni. Sempre in Colorado, nel 2015, i contribuenti si sono visti restituire dallo Stato 30 milioni di dollari grazie alla minor pressione fiscale.

TURISMO – Pur con un impatto meno marcato rispetto al lavoro ed al gettito fiscale, anche il turismo sembra poter giovare di scelte di stampo antiproibizionista: secondo uno studio dell’ufficio turismo del Colorado, il 49% di coloro che hanno scelto questo Stato per le vacanze lo hanno fatto perché lì è legale la vendita di marijuana. A sfruttare questo nuovo paradigma turistico ci hanno subito pensato i giovani di Kush Tourism, che organizzano tour all’interno dell’industria della marijuana paragonabili alle nostre gite enogastronomiche nelle cantine. E gli affari aumentano di mese in mese.

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